«Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia»
11 gennaio 2026 – Battesimo del Signore
Is 42,1-4.6-7
Sal 28
At 10,34-38
Mt 3,13-17
Gesù insiste per essere battezzato da Giovanni, che si oppone dicendo di non esserne degno; semmai dovrebbe essere egli stesso battezzato dal Nazareno! Il Vangelo ci riporta la motivazione del battesimo del Signore: “per adempiere ogni giustizia”.
Forse leggere questo racconto attraverso la lente del rapporto tra il piccolo e il grande può essere una strada interessante da esplorare. Si potrebbe perfino intravedervi un modello per le relazioni all’interno della Chiesa: non è necessariamente il più grande a dover battezzare il più piccolo, perché chi battezza è un servitore del battezzato, icona di Cristo.
Gesù, con il suo comportamento, contraddice risolutamente l’aspettativa del Battista, ma Giovanni, in ogni caso, non è “uno qualsiasi”: è un uomo profondamente religioso, un predicatore, un paladino delle buone opere, un asceta, vive nel deserto e si ciba di miele selvatico e locuste. Invita il prossimo alla penitenza pubblica attraverso il riconoscimento dei propri peccati, sollecita la purificazione attraverso la nascita a una nuova vita, chiede un radicale cambiamento di atteggiamento attraverso la conversione.
Rileggendo per l’ennesima volta questo testo, la parola che mi colpisce di più oggi è: ἄφες (aphes) = lascia andare, nel senso di lascia fare, lascia stare per ora. E Giovanni si convince, ubbidisce.
In un certo senso potrebbe voler dire: “Smetti di aspettarti l’ovvio”, o “smetti di immaginarti indegno di servire il Signore”, o “smetti di sentirti troppo piccolo”. In altri termini “lascia a Dio il compito di agire dentro di te”.
Questo “lasciar fare” è forse la prima cosa in rapporto con il Signore; significa fidarsi e non ostacolare la sua opera. Qualcosa di simile avviene con Pietro, durante la lavanda dei piedi. L’apostolo fa fatica ad accettare che Gesù gli lavi i piedi, ma anche qui il fondamento della fede è lasciare che Cristo agisca e viene detto anche cosa accadrebbe in caso contrario: “altrimenti non avrai parte con me” (Gv 13,9). Quindi Pietro lascia fare.
La fede implica la capacità di abbandonarsi o affidarsi al Signore per poter essere trasformati.
Detto questo, Giovanni non è tenuto a fare nulla di diverso da quello che già fa: continua a battezzare come prima. Anche questo mi pare interessante. Perché potremmo effettivamente ascoltare questo “lascia andare” e chiederci: “Ma allora, io cosa dovrei fare?”
La risposta sarebbe “niente di diverso da quello che fai”. Per ora.” C’è un dettaglio enorme che non sfugge: per chi lo fai? Per il Signore. Soli Deo Gloria. Questo è “adempiere ogni giustizia”: fare ciò che è necessario fare, quotidianamente, ma farlo per Cristo. Dunque, sul modello di Giovanni, nella prospettiva della purificazione, del “lasciar andare” ogni collusione con il male.
Questo modo di vivere la nostra vita quotidiana è forse ancora più importante del confessarsi costantemente, di sentirsi colpevoli o, perfino, di ricordare spesso che dipendiamo solo dalla grazia di Dio. Dovremmo considerare il Signore destinatario di tutto ciò che facciamo di solito; questo cambia enormemente le cose. Per noi. Inizia lì ogni conversione. Basti pensare ai nostri gesti quotidiani e chiedersi se li stiamo facendo per il Signore, Soli Deo Gloria.
L’incontro con Gesù al battesimo probabilmente ha rivoluzionato il modo del Battista d’intendere il rapporto tra l’umano e Dio; Giovanni li immaginava come due poli ad enorme distanza, ma questo ridurrebbe allo stesso tempo la distanza fra noi stessi e i nostri simili, collocati insieme troppo distanti dal Signore, come se ogni persona non avesse nulla a che fare col sacro. Se così fosse, non sarebbe neanche possibile “compiere ogni giustizia”.
Gesù avverte che, quando ci rapportiamo ad un nostro simile, il nostro modo di agire dovrebbe essere lo stesso che con Cristo in persona. Non solo: il Cristo è il primo a muoversi incontro a noi. Questa presenza divina, che si accosta per incontrarci, prevede la volontà di purificazione e conversione da parte di entrambi: volgersi verso l’altro è volgersi verso Dio. Se ciascuno agisse in questa prospettiva non ci sarebbe più alcuna ingiustizia nel mondo, non ci sarebbero più guerre, crimini, delitti e altri reati.
Giovanni Battista chiedeva alle persone di cambiare vita, Gesù dice semplicemente: “lascia fare, per ora”: volgiti a Dio nella tua vita quotidiana. Non è più la stessa religione.
Gesù chiede a Giovanni di trattarlo, in quanto uomo, come tratta tutti gli altri, ma soprattutto di trattare gli altri come si trattasse di agire nei confronti di Dio. E questo possiamo farlo tutti, per ora. Finché si è in vita io credo dovremmo smettere di separare il sacro dal profano, di porre astrattamente Dio su un piano molto elevato, per allontanarlo dalla nostra banalità quotidiana, nel maldestro tentativo di sottrarci alle nostre responsabilità morali. Ogni volta che ci poniamo in relazione con qualcuno dovremmo chiederci se stiamo agendo ricordandoci di avere davanti il volto di Cristo o di un suo intermediario.
Allora non esiste più alcun lavoro inutile, alcun atto è banale, tutto può essere opportunità d’inizio di un cammino di conversione e, come tale, degno di essere vissuto. Noi, a differenza del Battista, siamo paladini di Dio, modelli di purezza, santità o esperti di vita spirituale, ma cerchiamo di lasciare che si adempia la giustizia fin dove ne siamo capaci, nel senso letterale del termine, cioè fin dove riusciamo a lasciare spazio all’azione di Dio, comunque si presenti. E questo dipende da noi. Dopo, il registro cambia del tutto, dalla prima persona singolare alla prima persona plurale: “conviene che così adempiamo”. Insieme. Questo “realizzare insieme” insegna che non dovremmo aspettarci tutto dalla grazie divina: che ci battezzi, perdoni i nostri peccati, ci consoli, ci guarisca, ci rafforzi nella fede. Dobbiamo cooperare perché questo avvenga. E non è la strada che Giovanni stava percorrendo, per quanto fosse profeta e uomo di grande fede; quando vede il Cristo, lo riconosce, ma gli sembra troppo in alto, troppo distante da Lui, per poter agire insieme a Lui.
Il suo primo pensiero è chiedergli di purificarlo, perdonarlo e concedergli la grazia. È come se Gesù lo fermasse e dicesse: “Facciamolo insieme”. Per ora. Chiede un’azione concreta e al presente.
Anche durante la moltiplicazione dei pani, i discepoli si avvicinano a Gesù perché la folla ha fame: pensano che tocchi solo al Nazareno risolvere il problema, loro non si sentono all’altezza. E in effetti, senza il Maestro, non lo sarebbero stati, ne sono coscienti. È Lui a dire: “date loro voi stessi da mangiare”. (Cfr. Mc 6, Mt 14).
Quando nel Padre Nostro diciamo: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, anche lì il greco usa aphes: “Lascia a noi i nostri debiti come noi li lasciamo a chi ci deve”. L’idea cristiana di “perdono” implica la nozione di “lasciare stare”, di “lasciare andare”, di “mollare” sia l’errore, sia l’attaccamento al senso di colpa, sia la paura di ricadere nell’errore. Non siamo soli. Il Cristo dice: “Facciamolo insieme”.
Se intendiamo in questo senso aphes, questo “lascia fare” diventa anche un impegno concreto a perdonare gli altri, un impegno a dimenticare, a lasciare stare gli errori degli altri nei nostri confronti, così come chiediamo che Lui faccia con noi. Vista così è difficile? Il Cristo dice: “facciamolo insieme”. Per ora.
Restiamo umani e “graziosi”, nel senso di graziati, oggetto e soggetto di grazia, degni discepoli del Figlio prediletto, nel quale il Padre si è compiaciuto.
NB: in copertina, Anonimo, Il battesimo di Gesù