La doppia nascita

Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi

4 gennaio 2026 – II Domenica dopo Natale
Sir 24,1-4.12-16
Sal 147
Ef 1,3-6.15-18
Gv 1,1-18

Che strana storia di Natale! Dove sono i pastori, il coro degli angeli, la stalla, l’asino, il bue? E – ancora più strano – non ci sono Gesù bambino, né Maria, né Giuseppe. Eppure, questo è un vangelo di Natale – proclamato nella messa del 25 dicembre e riproposto oggi – e racconta, in modo assai diverso dai sinottici, la nascita del Salvatore, sospingendo il lettore a contemplare il mistero insondabile di Dio e della creazione. Il tono grave e maestoso, il ritmo ampio e calmo, il moto evocato dal cielo alla terra mettono in risalto il carattere luminoso di questo inno voluto come apertura del vangelo di Giovanni: un canto che celebra una doppia nascita, quella del Figlio e quella dei figli, la cui identità è finalmente loro rivelata.
Dio nessuno l’ha mai visto – dice Giovanni. L’idea stessa di vedere Dio non è assurda? Sfugge totalmente anche alla rappresentazione mentale. Nonostante artisti di ogni epoca abbiano provato a rappresentarlo, nessuna registrazione è possibile. Nel Primo Testamento questa consapevolezza era così forte che il nome di Dio non poteva nemmeno essere pronunciato e neanche era possibile avvicinarsi al luogo sacro della sua presenza, il santo dei santi. Lì entrava solo il sommo sacerdote, una volta l’anno, tanto grande era considerato il divario tra il creatore e la creatura. Quando Mosè ricevette le tavole della legge, il suo volto venne investito da una luce così forte, che dovette coprirsi il capo con un velo. Attraverso questi racconti è facile comprendere che “vedere Dio” vuol dire cogliere qualcosa del mistero della vita e della divinità. Nel Vangelo di Giovanni il mistero è descritto in termini di luce e di vita incarnata nella pienezza della Parola,  che porta la creazione al suo compimento. Per questo fin dall’inizio, i lettori sono sospinti ad entrare in una dimensione che coinvolge tutta la persona: tutto ci riguarda direttamente e, in modo inscindibile, riguarda Colui che è rivelato in un legame in cui si colloca l’idea di “vedere Dio”.

Si tratta, come dicevo, di una doppia nascita, proclamata nei due motivi centrali dell’inno: il Verbo che si è fatto carne e il diventare figli di Dio, accogliendo il suo nome.
Proiettandoci, come lettori, nell’abisso dell’origine, celebriamo la presenza della parola associata al “principio” e la storia della creazione dell’universo e dell’uomo e della Parola che l’ha portata all’essere. Siamo come afferrati e portati dentro una visione contemplativa dell’intero mondo.
La prima ragione della nascita del credente è che la parola è tutta orientata verso Dio, in una vicinanza così estrema da poter dire, in una concentrazione di identità con Dio, che “la parola era Dio”. La parola che era in principio era rivolta a Dio, era Dio ed è la parola della nostra creazione.
La filiazione divina del credente “ha origine” in questo moto iniziale.

Nel rapporto vitale tra il mondo che si è realizzato e la parola che lo ha fatto accadere, noi comprendiamo che prima di essere stati creati, siamo stati pensati e voluti, in altre parole “desiderati”. Il principio trascendente che ci ha creati ha voluto che noi vivessimo, che io vivessi, che tu vivessi: questo è il messaggio natalizio dell’evangelista Giovanni a ogni essere umano. Senza eccezioni.
Le implicazioni di un simile fatto sono enormi: non c’è più bisogno di mettersi alla prova o di dimostrare la propria esistenza; ciò che ci fonda ci precede, il valore della nostra vita è stabilito in noi “in principio” e “con Dio”. Di conseguenza dovremmo sperimentare una certa “leggerezza” nell’affrontare la nostra esistenza: possiamo impegnarci, assumere pienamente le nostre responsabilità, anche rischiare, per così dire, e osare esporci ai nostri simili, rimanendo in pieno ciò che siamo.
Il fulcro della questione sta allora nell’accettare e accogliere con gratitudine la parola della creazione che illumina ogni essere umano.

Nelle due affermazioni apparentemente contraddittorie “Dio, nessuno l’ha mai visto” e “la parola si fece carne” il lettore può solo notare l’impossibilità fisica di vedere Dio, ma ritrovarlo allo stesso tempo in Gesù di Nazaret e nella sua storia, inscritta nello spazio e nel tempo degli esseri umani.
Il Cristo-parola, che era con Dio fin dall’inizio, si è allontanato per il tempo dell’esistenza del Nazareno da quel rapporto privilegiato con il Creatore, per entrare nel mondo degli uomini e farsi luogo tangibile della presenza di Dio.
Raccontare la storia della vita di Gesù è parlare di – farlo “vedere” – e farlo parlare.

Ascoltare e credere nella testimonianza del Battista significa far parte di “quelli” che hanno ricevuto la parola e dei “tutti”, ai quali la parola ha dato il potere di diventare figli di Dio: la nostra identità.

Dopo Giovanni Battista, il primo testimone, ci siamo “noi” della comunità cristiana che ha attraversato più di due millenni di storia; nella forza della testimonianza, potenziale in ciascun essere umano, è fondata stabilmente la storia della Chiesa sulla terra.
Il “noi” dei cristiani testimonia la sovrabbondanza della grazia, a cui nulla manca, perché la legge fu data come oggetto a Mosè, mentre la “grazia” e la “verità” sono nate come soggetto in Gesù Cristo. Dunque chi accoglie il Cristo quale parola incarnata nasce come soggetto credente, non è più oggetto, non è nato per caso e non è indifferente al mondo il suo agire nel mondo, perché la buona novella natalizia, la parola che si è fatta uomo, ha permesso a noi di diventare figli di Dio.

In forza della nostra identità di figli di Dio, tramite il Cristo, possiamo essere consolati e consolanti in ogni tempo travagliato da crisi sociali, economiche o climatiche. Noi siamo partecipi del potere che rende migliore il mondo, è questione di dire di “sì” alla direzione del nostro agire a favore della vita, impressa in noi fin dall’inizio.

Questa notizia è un varco di luce che apre alla speranza, che dà lo slancio per fare il passo successivo su un cammino già intrapreso molto prima di noi, mostrato e tracciato da Gesù, la parola fatta uomo: sappiamo di essere accompagnati, illuminati, chiamati a una qualità di vita vissuta in pienezza. Radicati nella relazione col Cristo vivente, qualunque cosa accada, saremo trattenuti dal ritrovarci immersi nelle tenebre.

NB: in copertina, Anonimo, Filiazione divina

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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