Prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto,
dove rimase fino alla morte di Erode
Sir 3,2-6.12-14
Sal 127
Col 3,12-21
Mt 2,13-15.19-23
Gesù non doveva avere più di due anni quando i suoi genitori fuggirono in Egitto con lui.
Quante altri personaggi biblici sono fuggiti, o sono stati cacciati dalle loro case e si sono messi in cammino per trovare un posto dove vivere?
Adamo ed Eva “impacchettarono” fiori e frutta, fecero i bagagli, lasciarono il loro “paradiso” terrestre (Gen 3). Caino fuggì dalla sua colpa (Gen 4). Noè scappò dalla malvagità degli uomini (Gen 6-7). Abramo fuggì da un mondo ingiusto e dalla carestia (Gen 12-17). Giacobbe fuggì per paura dell’ira di suo fratello (Gen 31,33). Giuseppe, figlio di Giacobbe, dopo essere stato venduto – e quindi “buttato fuori” (in una cisterna) dai suoi fratelli, alla fine trovò una casa in Egitto. I fratelli di Giuseppe a loro volta fuggirono in Egitto all’alba della carestia (Gen 37-50).
Mosè fuggì più volte, la prima per opera di sua madre (Es 2) durante un altro massacro di innocenti, operato dal Faraone (una specie di Erode egiziano); più tardi fuggirà dall’Egitto nel paese di Madian (Es 2). Alla fine aiuterà tutto il suo popolo a fuggire dall’Egitto (Es 33). Davide fuggì da Saul che lo voleva uccidere (1 Sam 19). Saul fuggì dalla vita, ponendovi volontariamente fine di fronte alla sconfitta militare (1 Sam 31). Elia fuggì da Gezabele (1 Re 19). Geremia sarà costretto a lasciare il suo paese e ad andare in Egitto (Ger 42-45), mentre il popolo d’Israele veniva deportato a Babilonia (Ger 29). Giona fuggirà dalla chiamata a predicare la conversione a Ninive (Gio 1). Rut e Naomi fuggiranno dalla carestia nel paese di Moab prima di tornare in Giudea (Rut 1-4). Giuseppe, Maria e Gesù fuggirono in Egitto (Mt 2). Quasi tutti i discepoli fuggirono nel giorno del Golgota (Mt 26).
Questa litania di fughe, di esili, di sradicamenti, di sfollamenti, dice molto di cosa sia la Bibbia. Qualcuno l’ha definita un testo scritto da profughi per rifugiati, da persone che sperimentano oppressione, vita raminga, vagabonda e persecuzioni. Potremmo perfino arrivare a dire che ciò che è scritto nella Bibbia non è scritto per noi, che siamo comodamente installati nelle nostre terre e nelle nostre case.
Faraoni, l’altro ieri; Erode, ieri; Daesh, Boko Haram e … – oggi – causano tanti, troppi, profughi: Rohinga, Venezuelani, Siriani, Sudanesi, Congolesi, Palestinesi.
La storia degli esili e degli sfollamenti continua nel presente su percorsi che attraversano i continenti; si parla, infatti, di rotte dell’America Centrale, di rotte del Mediterraneo Centrale, Orientale e Occidentale, di rotta Balcanica, di rotte dell’Africa Occidentale, Orientale, del Nord e del Sud, di rotte dell’Asia Sud-Occidentale, Sud-Orientale.
I bambini in fuga – da soli o dietro adulti di riferimento – non sono mai stati tanti come oggi. L’aumento dei conflitti, il rafforzamento dei gruppi estremisti e dei regimi autoritari, la crescita della povertà e delle catastrofi naturali, più numerose e violente a causa dei cambiamenti climatici, costringono sempre più persone ad abbandonare la propria terra. Secondo le ultime stime, il numero dei bambini sfollati in tutto il mondo è salito a cinquanta milioni.
A volte, vorremmo non vedere e non sentire neppure parlare delle folle di rifugiati: meglio ritrarsi dietro le nostre mura e i nostri confini. Questo, probabilmente, è un altro modo di fuggire, stando fermi, ma mettendo la testa sotto la sabbia come gli struzzi.
La tensione tra nomadi e stanziali è vecchia quanto l’umanità. Forse è anche all’origine della figura biblica di Adamo, che non si accontenta di quello che ha, e di Caino, il cacciatore nomade che uccide suo fratello, Abele, il contadino.
E se ci accorgessimo che alla fine abbiamo tutti due facce, come Giano bifronte, perché siamo allo stesso tempo nomadi e sedentari?
Basterebbe scavare un pochino nella storia delle nostre origini per accorgerci di essere tutti dei sublimi miscugli di umanità. Queste due facce le ritroviamo nel significato di una magnifica parola latina: “hospes” (ospite) , capace di indicare al contempo sia chi accoglie, sia chi è accolto. L’ambiguità del termine, mantenutasi nelle lingue romanze, nasce probabilmente dal patto sacro di accoglienza valido nelle società antiche ai tempi in cui l’ospitante e l’ospitato venivano considerati legati da un forte vincolo.
Può sperare oggi l’umanità di recuperare il senso antico della parola “ospitalità”?
Questa idea percorre tutta la Bibbia: nell’accoglienza dei tre visitatori alle querce di Mamre (Gn 18), nell’Esodo, ripreso poi nella lettera agli Ebrei: “Non dimenticate l’ospitalità; perché alcuni, praticandola, senza saperlo hanno ospitato angeli” (Eb 13,2); e ancora nel libro dell’Esodo : “Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri nel paese d’Egitto” (Es 23,9).
La fuga di Gesù in Egitto salverà il Salvatore che ci salverà. Questa dinamica ci suggerisce che salvare un bambino vuol dire non solo salvare la speranza, non solo salvare il Salvatore, ma salvare perfino noi stessi, la nostra umanità.
Esaminando la lista di tutti i fuggitivi biblici menzionati sopra, scopriamo che la loro fuga è durata poco; tutti finirono per tornare a casa o per trovarne una, perché tutti furono custoditi dal Signore.
Potremmo anche rileggere in questa chiave la parabola della pecora smarrita: il pastore abbandona il gregge per preoccuparsi della pecora smarrita. O anche la parabola del figlio perduto e del padre prodigo.
Se la Bibbia è un testo scritto da profughi per rifugiati, lo è anche per noi, persone sedentarie ma che sperimentiamo esilii interiori. Viviamo in un mondo travagliato e mutevole e potremmo non sentirci più a casa, o in cammino verso un futuro preoccupante; viceversa potremmo essere tranquilli circa il futuro, magari talvolta tentati di sottometterci a qualche potente figura di faraone, o di Erode contemporaneo…, talaltra tentati dalle promesse di chi, millantando di proteggerci, ci rinchiude in un nuovo “egitto”.
Di fronte a un mare da attraversare, di fronte a un futuro che facciamo fatica a scorgere nella nebbia che si alza sul mare, siamo tentati di ripiegarci su noi stessi.
Non lasciamo che i nostri cuori si induriscano – diventeremmo a nostra volta Erodi destinati a temere (a ragione) annunciati visitatori messianici…
Anche le folle possono diventare “Erode”, come coloro che gridano per la liberazione di Barabba.
A volte è necessario, invece, prendere le distanze, saper “fuggire”, sapere come andare avanti, sapere come lasciare le comodità, sapere come cambiare vita, sapere come accettare che il mondo cambi.
Non dovremmo sempre temere le fughe, ma imparare “l’arte della fuga”, del sapersi allontanare dalla zona confortevole per metterci in viaggio, lasciando che i cambiamenti avvengano, certi di ritrovare una casa.
NB: in copertina, Anonimo, Fuga in Egitto