Il Signore vostro verrà
30 novembre 2025 – I Domenica di Avvento
Is 2,1-5
Sal 121
Rm 13,11-14
Mt 24,37-44
Oggi è diverso da ieri? E domani sarà diverso da oggi? Se ieri e oggi le cose sono andate più o meno bene, speriamo che me la cavi anche domani e magari senza troppe ansie. Come dire che desideriamo tutti una vita tranquilla. E se poi chiediamo a qualcuno com’è andata la giornata non raramente ci sentiremo rispondere: “Tutto normale, niente di nuovo”.
Ciò che evoca il testo di oggi è di natura completamente diversa.
Possiamo chiamarlo “Ciò-che-accadde-al-tempo-di-Noè”, oppure anche “La-venuta-del-Figlio-dell’Uomo”: pare si tratti di un cataclisma. Ciò che lo caratterizza è che nessuno se lo aspetta. Però del cataclisma che fu il diluvio narrato nel Genesi, Gesù non dice che “spazzò via tutti”, ma che “spazzò via tutto” , vale a dire “ogni cosa”.
Gesù sta probabilmente dicendo che alla venuta improvvisa e inaspettata del Figlio dell’uomo ogni cosa sarà spazzata via, ad ogni modo uno verrà “preso” e l’altro “lasciato”. Dunque, non è neanche del tutto appropriato dire che un cataclisma rappresenta la fine dei tempi.
La verità è che non ne sappiamo nulla di questa fine dei tempi e io accetto questa mia ignoranza.
Sembra che i contemporanei di Noè vivessero all’oscuro anche della loro ignoranza: cosa molto pericolosa è essere ignoranti dell’ignoranza! Socrate lo diceva in un altro modo: “So di non sapere”, si vede che aveva più di un sospetto sulla reale, fragile condizione dell’uomo!
Se uno vive nella beata ignoranza della fine dei tempi che spazza via ogni cosa, si dedica ogni giorno a compiti ordinari, tanto utili, quanto necessari: mangiare, bere, riprodursi. Può mai essere che uno debba pensare ad “entrare nell’arca”?
Entrare nell’arca? E che vuol dire?
Forse sarebbe meglio non pensare a Noè e all’opera di costruzione o edificazione di uno spazio abitativo e protettivo, ma ricordarsi che la nostra ordinaria condizione di vita è un tempo molto diverso da come lo percepiamo solitamente.
Gesù dice infatti: “Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande”. (Mt 7,24-27).
Entrare nell’arca significa dedicare del tempo a una “pratica” che può sembrarci addirittura superflua, perché non soddisfa alcun desiderio, non produce nulla in termini di profitto, non sembra proteggere da alcunché e ha un solo scopo: impedirci di coltivare dentro di noi l’ignoranza dell’ignoranza e la fine dei tempi.
Forse vivremo un solo cataclisma, una sola fine dei tempi, o forse ne vivremo diversi. Entrare nell’arca significa rifiutarsi di vivere nell’ignoranza della reale condizione umana; nel linguaggio del Vangelo, “entrare nell’arca” è detto “vegliare”.
Vegliare è un comando del Cristo. Vegliamo, non perché sappiamo che ci sarà la fine dei tempi, ma al contrario, perché non sappiamo né quando, né dove, né come ci coglierà. Quel che è certo è che nulla rimarrà uguale a prima e che saremo o “presi” o “lasciati”. Pensate a quanto potrebbe essere disorientante assopirsi, non sperimentare il cambiamento radicale che ci coinvolge, e ritrovarsi all’improvviso in un mondo totalmente diverso.
Una metafora di questo è ciò che accade ai giovani missionari: vengono catapultati in terra straniera senza sapere nulla di nulla, mentre credono di sapere tutto. Eccoli, mi pare di vederli – mi permetto di dirlo solo perché tutti abbiamo sperimentato questo inizio – in breve ci si accorge di non sapere nulla di nulla, neanche l’ABC dei sapori e degli odori, per non parlare delle parole… e delle persone… Alcuni pensano di aumentare la vigilanza, accumulando previsioni, raddoppiando le cautele per non farsi cogliere all’improvviso, alcuni sperando di non essere presi, altri per essere certi di essere presi! Anche in missione, infatti, c’è chi non vede l’ora di tornare a casa e chi si butta dentro “il nuovo mondo” a capo fitto.
Ma, se il cataclisma non dovesse coincidere con la fine dei tempi universale e dovessimo, per esempio, uscire miracolosamente da una malattia gravissima, non sarebbe meglio essere stati lasciati piuttosto che presi?
Eppure, il padrone di casa – questo sembra dire il Vangelo – siccome non conosce l’ora dell’arrivo dei ladri, cioè non sa quando arriverà la fine del tempo abituale e tranquillo che conosce, si lascia prendere dal sonno: dorme. In ciascuno di noi, infatti, coesistono due atteggiamenti contraddittori; ricordo che quando ero in missione e avevo già sperimentato drammaticamente l’arrivo dei ladri in casa di notte, armi alla mano, dovendo poi rimanere da solo in casa per un certo periodo, avevo paura e allora mi capitò di pensare: “Vado a dormire in lavanderia (una baracca adiacente alla casa). Se i ladri entrano, non penseranno che sono lì.” In breve, però, prevalse il buon senso e rimasi, fiducioso e in preghiera nel mio letto, cercando di tenere a bada la paura. Da questo imparai che essere vigili, cioè non coltivare l’ignoranza della fine dei tempi, è ciò che permette di trovare la pace. Chi veglia nella prospettiva della fine dei tempi è un essere completamente pacifico, completamente fiducioso.
Se esaminiamo l’immagine che abbiamo della fine dei tempi, ci rendiamo conto che la pensiamo esclusivamente terribile e catastrofica. Eppure, non ne sappiamo nulla. Perché allora immaginiamo qualcosa di terribile, di doloroso, di tragico? Perché la fine dei tempi dovrebbe assomigliare solo a un cataclisma di sofferenza? Perché, invece di essere sconcerto e shock, non potrebbe essere meraviglia e gioia? E perché l’esperienza dell’attraversamento di quel valico da una condizione all’altra del tempo – dal finito all’eterno – dovrebbe poi essere tanto diversa da quella vissuta alla nascita, che comunque non ricordiamo?
Comprendiamo forse ora perché questo brano di Vangelo è stato inserito – grazie alla profonda saggezza dei nostri padri – proprio nella liturgia della prima domenica di avvento.
Il Vangelo non è un anestetico contro la sofferenza e la paura, è Parola che apre alla grazia.
Quando Noè entrò nell’arca, e dovette cessare di attendere alle attività quotidiane consuete, forse, non fece altro che vivere il tempo della presenza di Dio in ogni cosa.
Per questo fu in grado di tornare pacificamente alla vita.
NB: in copertina, Anonimo, Nell’arca