17 novembre 2024 – XXXIII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 13,24-32
Il brano evangelico, di cui troviamo paralleli in Matteo 24 e Luca 21, è detto “escatologico”, perché riguarda la fine dei tempi. Questi testi vengono spesso chiamati “apocalittici”, e “apocalisse” significa “rivelazione”, “svelamento”. Si tratta, quindi, di rivelazioni riguardanti la fine dei tempi, un genere letterario presente anche nell’Antico Testamento, in particolare in Ezechiele e Daniele. Alcuni di questi testi parlano di catastrofi “soprannaturali” – come il nostro vangelo – altri parlano di terremoti, maremoti, guerre generalizzate, persecuzione dei credenti.
L’Apocalisse di Giovanni esprime tutto questo in un linguaggio simbolico che rende il messaggio della “rivelazione” oggi difficile da decifrare. Paolo, invece, non usa immagini apocalittiche; si accontenta di scrivere, in Romani 8,22, che tutta la creazione “geme nelle doglie del parto”, collocando il travaglio non nel futuro, ma nel presente. Il discorso paolino non si attarda su morte e distruzione, piuttosto si concentra sul significato ultimo di tutto questo attraverso il Cristo, scelto dal Padre per “ricapitolare tutte le cose” e per portare a compimento la creazione.
Dal nostro punto di vista il messaggio della rivelazione contiene l’idea che tutto avviene come conseguenza dell’autorità di Dio nell’usare e trasformare il male – tutto ciò che è contrario all’amore – a scopo salvifico. Questi passaggi della Scrittura sono in realtà promesse di sofferenza e rovina, ma non siamo in condizione di poterli rifiutare o negare, perché illustrano quello che sperimentiamo ogni giorno. Questo è un punto nodale da affrontare nel percorso di maturazione della fede; affrontarlo e risolverlo appartiene ai grandi temi del mistero dell’incarnazione, della grazia e del rapporto col Sacro. È impossibile negare di essere immersi in una realtà conflittuale.
In primo luogo, è davanti gli occhi di tutti il conflitto con la natura: è di questi giorni il disastro accaduto in Spagna, solo per fare un doloroso esempio.
In secondo luogo, i conflitti armati diffusi nel mondo, che dividono uomini, popoli e nazioni, sono presenti anche nelle nostre case, attraverso racconti, immagini e informazioni di tutti i tipi.
Infine, ciascuno ha esperienze di conflitti personali nelle relazioni sia a livello lavorativo, che familiare e amicale.
Di per sé non ci sarebbe bisogno di declinare al futuro la fine del mondo e non mi stupisce neanche più di tanto il proliferare di gruppi “terrorizzati” che aspettano per i prossimi giorni il giudizio universale o di gruppi che esorcizzano la paura munendosi di candele, nel caso il sole si spegnesse.
Vorrei provare a consolarmi, dicendomi che la fine dei tempi è già qui, in un certo senso mi domina. I testi dicono che questo immenso conflitto non si attenuerà, ma anzi, sta andando verso il parossismo mentre si avvicina la fine.
Ciò che chiamiamo “eternità” è quindi alla porta, o, forse, per quanto mi riguarda, più precisamente, dentro di me; è, in un certo senso, il rovescio dell’ambiente esterno, spesso catastrofico, in cui si rivela in tutta la propria immensa portata la passione di Cristo. Questa passione contiene tutta la nostra ed è la vera apocalisse. La “mia” morte, comunque avvenga, sarà la distruzione della mia “casa di carne”, come lo è stato per Gesù di Nazaret e per ogni persona caduta nei conflitti armati o morta annegata. Si tratta della fine del “nostro” tempo, non dell’eternità che io ritrovo dentro di me, a un passo da me.
I testi sacri presentano il caos, presente e futuro, come il luogo della vittoria di Cristo.
Quando siamo immersi nel lutto, nell’assurdo, nell’insopportabile, ci troviamo di fronte alla decisione fondamentale della nostra esperienza terrena: da quale parte essere tra la vita e la morte. Come dice Paolo “Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”. (Rm 8,22-23).
Dunque, anche se il mondo venisse smantellato e spaccato in tutte le sue parti, non dovremmo stupirci, sarebbe nell’ordine delle cose, nell’ordine di una legge che altro non è se non il lato spettacolare di un universo che invecchia e svanisce per far posto al suo Creatore, sempre più presente sotto il velo dell’energia e della luce. Il Cristo torna per riaffermare l’eterno possesso del suo regno, attraverso ciò che a noi sembra l’invecchiamento evolutivo della creazione; la matrice, la nostra esperienza di questo mondo, il nostro tempo, necessari alla libertà di scelta dell’intero genere umano e alla conseguente responsabilità di ogni singolo verso l’intera comunità, si sgretola, affinché la pace del Cristo sia tutta in tutti.
Il discorso del Nazareno comprende un avvertimento fondamentale: “imparate dal fico questa similitudine: quando i suoi rami si fanno teneri e mettono le foglie, voi sapete che l’estate è vicina” Ogni generazione e ogni essere umano può sperimentare questo, perché il Regno di Dio si rivela a ciascuno individualmente e, nello stesso tempo, crediamo che non si manifesterà pienamente finché ciascuno di noi non avrà trovato il suo posto nel corpo totale del Cristo. L’angoscia non è dunque una calamità, ma un segnale, donatoci perché attraverso la speranza ci si rivolga verso la vita. La piccola parabola del fico insegna che l’innalzarsi della linfa in un albero tardivo segna l’arrivo dell’estate, stagione dei frutti attesi dal Signore con incrollabile pazienza; il Creatore, fuori del tempo e quindi coincidente con ogni momento della storia umana, attende dall’umanità una risposta d’amore perché il suo disegno sia realizzato.
La nostra stessa fede è un percorso, che inizia e matura per grazia:
“…porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore […] non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: “Conoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande […], poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato.” (Ger 31,33-34).
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