Con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutta la forza
3 novembre 2024 – XXXI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 12,28-34
“Ascolta Israele”: questa frase familiare contiene tutta l’etica nuova, che ha trovato al contempo il suo vero inizio e il suo culmine in Gesù di Nazaret.
In cosa consiste questa novità che ha cambiato la storia del mondo?
Innanzitutto, si basa sull’imperativo “ascolta”, non “leggi” o “guarda” o “studia”.
Il solo imperativo “leggi” rimanderebbe ad un testo, ma qualunque sia il posto della Bibbia – e, secondo me, dei Libri Sacri di riferimento di tutte le confessioni religiose – è secondario: non è verso un libro che ci volgiamo, ma verso Colui di cui il Libro è testimone.
Il solo imperativo “guarda” lascerebbe il lettore in una posizione passiva, da spettatore, in ogni caso estraneo o disimpegnato, qualora si dichiarasse credente.
Il solo imperativo “studia” stimolerebbe a “capire”, “ricordare”, “creare connessioni”, risultati sempre auspicabili, tuttavia, spesso accompagnati da un certo intellettualismo sordo, tendente a creare un’illusoria differenza tra chi studiare “può” e chi studiare “non può”, magari anche tra il “biblista” e il “contemplativo”.
Perché ci sia ascolto, devono esserci almeno due persone in dialogo; ascoltare è più che prestare attenzione alle parole e ai suoni, capirne il senso, memorizzarne i contenuti e intessere connessioni di pensiero. Normalmente ci si riferisce al “pensiero” del tale o del tal altro; colui che invita all’ascolto, nelle due parole “Ascolta Israele”, non chiede di ascoltare il “pensiero di Gesù”, ma il Signore.
Nel corso della storia, l’umanità ha sempre fatto riferimento ad una tradizione orale o scritta, risalente ad un “capostipite” di una qualche dottrina mitica, religiosa, filosofica, e via via avvicinandosi nel tempo, politica, economica, scientifica e così via, anche e ben al di là della teoria. Talvolta questa propensione umana a cercare un “maestro iniziale”, un’autorità dottrinale esterna, ha trasformato il “capostipite” di turno in modello di pensiero da seguire ed ulteriormente elaborare. Esistono i Tomisti, i Kantiani, gli Hegeliani, i Keynesiani, i Marxisti, i Freudiani, i Lacaniani, e così via, per ogni settore del sapere umano.
La possibilità di un atteggiamento autenticamente religioso consiste prima di tutto nella capacità di differenziare tra “Scuola di Pensiero” ed “Esercizio dell’Ascolto”.
L’ascolto religiosamente inteso implica la relazione col Cristo vivente. La qualità dell’amore, che conduce all’incontro, all’ascolto e al dialogo nella preghiera col Cristo, è all’origine del nostro essere al mondo, della nostra stessa capacità di amare e poi di agire per il bene dell’altro. Ecco perché il testo dice: con tutto il cuore, l’intelligenza e la forza. Nella misura in cui il nostro camminare insieme al Cristo ci permette di ascoltare sempre meglio l’amore sostanziale che abbiamo ricevuto e comprendere quello di cui siamo potenzialmente capaci nella pratica quotidiana, troviamo la nostra unità personale e tutte le nostre facoltà riunite.
In identica prospettiva va ascoltato il secondo comandamento, conseguenza del primo (cfr anche la versione di Matteo in Mt 22,45). L’amore per se stessi, comprensivo della cura verso le proprie fragilità, si trasforma in assunzione di responsabilità nei propri confronti e nei confronti dell’altro. Non si può amare un altro se non si ha cura di se stessi.
L’amore provato, vissuto e compreso, renderebbe possibile in senso assoluto l’unità del genere umano: è questa, io credo, la via verso il Regno da cui non è lontano lo scriba del Vangelo.
Un tale itinerario, che non si compie in un giorno e senza cadute, ma dura l’intera esistenza, contiene qualcosa di sorprendente, una componente che muta la nozione di comando, a tal punto da apparire un sovvertimento.
Ubbidire ad un ordine vuol dire sottomettersi alla volontà di un altro, ubbidire ad un comandamento vuol dire sottomettersi alla volontà del Signore. In entrambi i casi la volontà è di un altro, quindi diversa dalla nostra.
Se il comandamento si trasmuta in amore, c’è una sola volontà: improvvisamente la persona oggetto del nostro amore – Dio o il prossimo – prende il posto del comando. Sono persone, che abbiamo davanti – e che ascoltiamo – non un libro.
Va notato che i due comandamenti citati dal Cristo non compaiono come tali negli elenchi del Decalogo, perché l’amore sostituisce la Legge.
La nostra seconda lettura al versetto 28, infatti, confronta i sommi sacerdoti dell’Antico Testamento, uomini costitutivamente deboli nella loro umanità e fondati sulla Legge, con l’unico sacerdote, il Figlio, posteriore alla Legge, reso perfetto per sempre, costituito dalla “parola del giuramento”, re di pace e di giustizia, prefigurato in Melchisedek (cfr Gn 14,18 e Sal 110,4).
Se rileggiamo il nostro Vangelo, vediamo che l’uomo Gesù in un certo senso scompare; interrogato sull’essenziale, non parla di sé, ma dell’amore per l’unico Signore e per il prossimo.
Il Cristo è la via, il tramite fattosi uomo per riunire tutto ciò che esiste in cielo e in terra e per ricondurlo all’origine. Il cammino compiuto dalla Parola vivente in mezzo a noi è una magistrale confessione del monoteismo biblico e, allo stesso tempo, la sua “realizzazione”.
Gesù Cristo, incarnazione dell’amore di Dio, essendo tutto in tutti, raccoglie l’universo intero, verso l’unità originaria.
Dovremmo parlare qui dello Spirito. Lo Spirito unico, che non è un terzo Dio, ma, nel suo eterno riferirsi al Padre e al Figlio, è l’essenza fondante la relazione. Lo Spirito è la forza unificante in noi. Dona a Cristo un corpo fatto di tutta l’umanità radunata e questo corpo unico è quello che il Padre riconosce come frutto della sua paternità, il corpo del Figlio.
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