Chi giudica chi?

Maestro, desideriamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo

20 ottobre 2024 – XXIX Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 10,35-45

Quando i discepoli chiedono a Gesù di sedersi alla sua destra e alla sua sinistra nella sua gloria, che idea di “gloria” hanno? Forse pensano ad una presa di potere da parte dei “giusti”?

Nella versione di Matteo la parola usata per “gloria” è “regno”; un giorno, – pensavano forse Giacomo e Giovanni – il Signore verrà a strappare l’umanità dalle ingiustizie e dalle atrocità, a imporre la sua volontà e la sua Legge; non una virgola potrà essere tolta o cambiata e saranno definitivamente stabilite le condizioni per la pace tra gli uomini.
L’ora della Gloria era probabilmente per i due discepoli quella del giudizio del mondo, del trionfo sul comportamento perverso degli uomini e coloro che siedono alla destra e alla sinistra del giudice sarebbero forse i suoi assistenti o cancellieri. 

Non giudicherei troppo in fretta l’ambizione dei due fratelli, tacciandoli di infantilismo nelle loro pretese. In fondo in fondo, si confrontano con la segreta pretesa che abita anche il mondo di oggi e che, spesso, è il motivo segreto del comportamento di molti, talvolta anche sotto la maschera delle virtù esibite. La Chiesa stessa non è immune dal carrierismo (o dal “clericalismo” come lo chiama Papa Francesco, del resto mi pare pure una tautologia: che cosa potrebbero fare dei chierici di diverso che comportarsi come tali ed essere parte del clero?) Gradi, titoli, nomine, insomma tutto ciò che distingue, differenzia dalla massa e polarizza lo sguardo, mantiene il suo fascino e il suo mistero. Si può recitare e anche professare il vangelo mentre ci si comporta, apertamente o segretamente, secondo il suo contrario. Per esempio, mi chiedo, come possono esserci “onorificenze ecclesiastiche” con conseguenti “privilegi”? Se poi al clero aggiungiamo pure i laici che soffrono di clericalismo per contagio, la situazione non permette in alcun modo di emettere giudizi nei confronti di Giacomo e Giovanni. E non saremmo neppure immuni dalla tentazione (sempre diabolica) di ergerci a giudici del prossimo.
L’ovvia conclusione è che l’ ultimo posto” – si sa, poco ambito – è sicuramente anche quello moralmente più sicuro…

Ma se si va avanti nella lettura del Vangelo ci si accorge che l’ora della “gloria”, del giudizio del mondo, della “presa di potere”, in realtà è quella della crocifissione. Proprio allora, infatti, il peccato del mondo, la volontà di dominio che culmina nella condanna e nell’uccisione dell’unico giusto, è smascherato e reso palese davanti a tutti: tutti gli occhi sono rivolti a colui che il male ha trafitto (cfr. Gv 19,37).

Che Gesù parli della Croce disturba, è una parola dura da digerire anche per i discepoli; a partire dal capitolo 9 si parla apertamente della salita verso Gerusalemme per la Pasqua della crocifissione. Da Cesarea di Filippo, luogo del Nord praticamente pagano, dove i discepoli per bocca di Pietro riconoscono Gesù come il Cristo, siamo guidati verso sud, per entrare nella “città che uccide i profeti”.
Il racconto della Passione è l’unico altro brano del Vangelo, in Marco e Matteo, dove si parla di “destra” e “sinistra” come collocazioni spaziali dello stesso valore. Nella Passione qualcuno sta veramente alla destra e alla sinistra di Gesù crocifisso, ma si tratta di due malfattori, a loro volta crocifissi uno a destra e l’altro a sinistra del Nazareno. Ma questi due, che altro avrebbero potuto essere se non malfattori, visto che solo Dio è giusto?
Però, nella versione di Luca anche i due “ladroni” giudicano: uno condanna Gesù per la presunta incapacità di sfuggire alla Croce; l’altro, accettando intanto la propria condanna, si congedo da Lui, giudicandolo “giusto”, in netto dissenso col parere dei più. Gesù, invece, parla per assolvere il “buon ladrone”.
Possiamo prestare attenzione a tutti i giudizi che si intersecano, espressi dai vari protagonisti in gioco: il giudizio del mondo sembra provocare, nel bene e nel male, un risveglio delle coscienze. Alla fine, ci si schiera.
Qualcuno si accorge di essere un “malfattore” e anche di chi non lo è.

Nessuno tra i giurati dei nostri tribunali ha l’autorevolezza per lanciare la prima pietra, tuttavia, il giudizio del mondo davanti alla Croce insegna che tutto il male che si può fare è surclassato dall’amore di chi lo dona. Il
riconoscimento del solo Giusto conduce alla salvezza. 

Le croci che erigiamo ai nostri incroci, che appaiono sulle pareti delle nostre stanze, che alcuni appendono al collo o al bavero delle loro giacche, ricordano la nostra adesione al regno della giustizia e dell’amore.
“Non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa… Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno.” (Cfr Eb 4,15-16).

Qual è la nostra idea di “gloria”? Mi pare che abbiamo poco di cui gloriarci, ma tutto da ricevere.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

Lascia un commento