Posta in gioco

29 settembre 2024 – XXVI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 9,38-43.45.47-48

Gli ultimi cinque versetti, letterariamente, sono un’iperbole, ma indicano anche la stabilità di una decisione già presa: Gesù si arrende agli uomini. È la sua decisione, la decisione della sua fede, la decisione della sua vita.
E noi? Come ci rapportiamo a questi cinque versetti?

Sappiamo che nel corso della storia, in nome di una certa interpretazione letterale, alcuni si sono orribilmente mortificati, hanno fatto orrori contro se stessi, fino a scandalizzare il prossimo; altri, invece, sono stati terribilmente mortificati; Gesù parlava di vita e si è arrivati a predicare la “mortificazione”.

Sappiamo anche che nel corso della storia c’è chi si è arricchito insegnando ai propri seguaci a privarsi di tutto, non privandosi personalmente di nulla. 

Sappiamo anche che, alla luce di questi versetti, alcuni hanno preso decisioni serie e hanno agito in conformità con il Vangelo, hanno offerto il loro benessere e la loro sicurezza, hanno perso la loro reputazione e dato la loro vita.

Questi versetti fanno parte delle Sacre Scritture. 

Non possiamo escluderli dal nostro orizzonte.
Ma nemmeno possiamo predicarli senza interpretarli seriamente.
In questi versetti lo stesso verbo si ripete quattro volte: secondo le traduzioni “scandalizzare” – proprio simile alla forma greca anche come suono della parola – o “inciampare” o “far cadere nel peccato”.
Quale comportamento potrebbe ferire “uno di quei piccoli che credono”, qualcuno il cui unico bene sia la vita, che non abbia altro e che non si aspetti altro. Deve trattarsi di quei “bambini” o di quei “piccoli” di cui parlava il vangelo di domenica scorsa. “Essere piccoli” e “credere” sono due espressioni che quasi si sovrappongono. I piccoli, per ringraziarti del bene che ricevono, non hanno altro da offrire se non il loro sguardo e il loro sorriso. Ostacolare un piccolo significa ferire chi chiede solo di vivere. Evito di usare l’espressione “far cadere nel peccato” o il verbo “scandalizzare” per non rischiare un malinteso: si può essere formalmente corretti e gentili e, allo stesso tempo, ferire profondamente un altro. In effetti, la lingua greca suggerisce l’idea della “trappola”, dell’“ostacolo sulla strada”, che blocca o ritarda, fa inciampare, cadere, procura ferite e/o dolore. Se ci comportiamo in maniera tale da togliere a qualcuno la fede, appunto, lo priviamo della vita e della speranza, specialmente se è fragile, se è, appunto, un “piccolo”.

Questi versetti sono una sfida radicale. 

A volte distogliamo lo sguardo, volontariamente, a volte ci capita di non vedere nulla, involontariamente; del resto il tenore di vita medio dell’intero Occidente non permette di sperimentare i dettagli della miseria del resto del mondo e, purtroppo, spesso induce anche a ignorare totalmente chi ci passa accanto, perfino di un parente, di un vicino: non sappiamo cosa gli frulli nella testa e nel cuore. Chi può dire che non gli è mai capitato?
Bene, allora, se il rischio che corriamo non è “solo” di perdere la vita, ma di farla perdere ad un altro, allora sì: sarebbe preferibile finire in mare con una pietra al collo…
Prendiamo il testo esattamente come un’iperbole: se non senti il richiamo della vita che non finisce, se non ci credi e la ostacoli, sarebbe meglio che la tua esistenza si concludesse subito, perché tanto sei già morto. Suona duro? Lo è. Ma almeno esercitiamo l’intelligenza. Continuiamo a leggere. Prendiamo il testo per quello che è: se perdo una mano, prima di dare una coltellata a qualcuno sarà molto meglio per me e per lui. Vero.

Se perdo un piede prima di scaraventare qualcuno nell’abisso con un calcio, è molto meglio per me e per lui. Vero.
Se perdo la vista prima di colpire la mia vittima designata, sarà meglio per me e per lei. Vero.
Le mie mani, i miei piedi e i miei occhi sono dei miei rappresentanti, sono il mio potere personale di agire. Occorre pensare PRIMA di agire e decidere COME usarli, cosa che il mondo contemporaneo sembra dover di nuovo imparare da capo.
La passione viscerale, la furia che brucia il tempo di un istante, quella del “sangue agli occhi”, per intenderci, il raptus che ci rende proni all’istinto brutale passa esattamente attraverso le mani, i piedi e gli occhi. Privandoci irrimediabilmente della libertà.

Se la cronaca nera è piena di tanti orrori è perché abbiamo smesso di insegnare tutto questo, probabilmente ritenendolo non più necessario. Come se improvvisamente avessimo cominciato a considerare l’uomo contemporaneo un animale addomesticato, ubbidiente, mite e mansueto.

Perché saremmo nati con mani, piedi e occhi? Interrogarsi su questo è ciò che ci viene proposto oggi. A noi decidere che farne, questo è quanto. In caso – continuando l’iperbole – bastano anche un solo piede, una sola mano e un solo occhio, forse ci accorgeremmo di aver bisogno di qualcuno che ci aiuto…Un po’ di lentezza, del resto, ci sarà utile, il bastone che dovremo impugnare per muoverci occuperà degnamente la mano rimasta e se, per caso, decidessimo di dare o ricevere qualcosa dovremo sederci, lasciare andare il bastone e fermarci con lo sguardo negli occhi dell’altro. Questo insegnano anche le storielle di saggezza di culture, come si vede, non poi così distanti dalla nostra.
Sarebbe molto, molto meglio, se possibile, conservare due occhi per apprezzare i rilievi e le distanze, per distinguere correttamente i dettagli, valutare l’aspetto, capire cosa desideriamo e cosa no, che valore ha ciò che ci si para davanti.

Dopo tutto questo, dopo una nuova ri-educazione all’amore, forse saremo abbastanza fragili, abbastanza “piccoli”, per entrare nella vita. E mai da soli.

La lezione di questo testo è insopportabile? 
Pazienza, la posta in gioco è molto alta, nessuno ha mai negato che ci vuole un po’ di coraggio.

Il Vangelo è esigente, il Vangelo è azione, il Vangelo è promessa. Chi sceglie di entrare nella vita che non finisce, la riceve e, proprio perché la riceve, non è da solo.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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