Chiunque riceve uno di questi bambini nel nome mio, riceve me
22 settembre 2024 – XXV Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 9,30-37
Sappiamo bene come fare cose sbagliate, un po’ meno bene come fare cose giuste. Prova ne siano gli orrori, di cui siamo costretti a restare informati, della cronaca nera recente e delle stragi di guerra.
Si capisce cosa voglia dire Gesù quando dichiara che di lì a poco lo uccideranno?
Lo capiamo cosa voglia veramente dire quando, per esempio, ascoltiamo alla TV che un’intera famiglia è stata sterminata dalla furia omicida di un parente, di un figlio?
Come diceva Edgar Morin, occorre dotarsi di un pensiero capace di comprendere quanto siano accecanti il manicheismo assoluto, le propagande menzognere, le criminalizzazioni non solo degli eserciti, ma anche dei popoli nemici, e i deliri e le illusioni sempre rinnovate degli individui (in “Di guerra in guerra”, 2023). C’è qualcosa di perverso nelle notizie di cronaca nera, battenti come la pioggia sui vetri: non bagnano, sono solo spettacolo. Il problema è sempre lo stesso: gli uomini si chiedono, nel frattempo, chi sia il migliore. Intanto dilaga la violenza planetaria. Intanto la guerra (le guerre) accadono in un tempo (il nostro, ora) in cui ovunque domina un pensiero incapace di concepire la complessità dei fenomeni, un pensiero lineare, meccanicista che frammenta ciò che nella realtà è strettamente connesso (cfr Morin, op. cit.). Occorre costruire argini contro la barbarie del pensiero semplificato.
2000 anni fa si era cominciato a costruire un’argine d’amore contro la barbarie, ma a chi si presentava come la sostanza stessa di cui era costituito questo argine, preferirono un delinquente. Il Nazareno, che mise il suo corpo ad argine della violenza altrui, era un visionario, parlava di risurrezione. Ma i pescatori che camminavano – sotto il sole – sulla strada verso Cafarnao, avevano seguito quell’uomo che aveva reciso in se stesso la barbarie caina. L’avrebbero ucciso, sì, e senza altra colpa che quella di aver messo a nudo lo spettacolo ipocrita di cui si nutrivano i più, ma lui sarebbe risorto. Non solo. Dichiarava che tutti erano destinati a risorgere, salvati dalla barbarie.
Un vero e proprio sogno? Se non ci crediamo, è solo perché noi stessi non ci sentiamo i migliori, ma sappiamo anche che, in fondo, in fondo, avremmo le stesse possibilità di delinquere di Caino, se non avessimo solidi argini d’amore.
“Ma com’è questa storia della risurrezione?” – Avrebbero potuto chiedersi i discepoli, piuttosto che discutere infantilmente di successione o cose simili. Certo, talvolta mi stupiscono, ma non vorrei correre il rischio di sentirmi migliore di loro, più grande, più adulto: una vera e propria tentazione. –
Il fatto è che, probabilmente, Gesù non li vedeva come uomini adulti, li vedeva come bambini. I bambini non sanno quello che fanno per definizione. Possono commettere gli atti più scellerati, senza la minima esitazione, per poi ritrovarsi in fondo a un inferno senza uscita un minuto dopo. Proviamo a guardare gli altri come fossero bambini: non buoni, solo bambini, praticamente irresponsabili. Se uno non è malato, ai bambini si vuole bene. La gente farebbe follie per un cane o per un gatto, non mi dite che odiate i bambini. Solo i bambini possono essere sopportati e anche amati per quello che sono. Come i discepoli da Gesù, anche se discutono di fesserie dannose.
Come noi siamo sopportati, del resto, anche quando diciamo e facciamo fesserie da tutti quelli che ci vogliono davvero bene: è come se una parte – anche piccola piccola – del loro cuore fosse abitata dal Nazareno.
I discepoli non comprendono nulla, lo dice Marco. Hanno paura di chiedere. La faccenda è talmente enorme che i bambini non la “reggono”. Loro possono solo chiedersi chi è il migliore, e come si farà a sostenere un’eredità così enorme. Anzi, parliamoci chiaro: chi è il primo? Chi è che comanderà?
Voi capite che in una situazione antropologica simile, la distruzione sistematica di ogni valore evangelico da parte della società cosiddetta civile rischia di diventare un danno irreversibile.
In realtà, oggi, superare il prossimo, occupare il primo posto, primeggiare in tutto, nasce dalla curiosità di sapere se siamo vivi o meno. Altro che risorti! Mai nati! Ma si fa sempre in tempo…
Tramontano le classiche spiegazioni della psicologia ancora troppo “perbeniste”: non si desidera primeggiare per un bisogno di convalida del proprio valore, della paura del proprio vuoto, della propria fragilità. Anche nel male si vuole primeggiare, ma chi lo fa, lo fa per sapere se è ancora vivo, se tutta l’estraneità del mondo circostante sia sogno o realtà. Di una fanciulla che compie, secondo tutte le apparenze, un doppio infanticidio dei propri figli si dice che è “impenetrabile”.
Barbarie. Dentro un mondo che non accetta di amare, né di essere amato.
D’altronde Caino fu buttato di sotto proprio perché era un efferato criminale. Vestito di pelli di animali, ricorda quei primi tremendi esemplari di homo sapiens, alle prese con tutto un mondo estremo da addomesticare. Se in quella condizione psicologica ti ci trovi oggi, trentamila anni dopo – e l’ambiente circostante non può essere spettatore ignaro e dirsi stupefatto dell’accaduto più di tanto – forse vai ad ammazzare tutti quelli che vedi per strada.
Non dimentichiamo che Genesi 3 presenta il peccato dell’uomo come l’ambizione di diventare “come Dio”, che il primo omicidio, quello di Abele da parte di Caino, è attribuito alla gelosia e che Marco 15,10 dice che Pilato capisce come i sommi sacerdoti vogliano morto Gesù per invidia.
L’ambizione per il primo posto, anche nel male, l’assoluto desiderio di essere arbitri di se stessi, ivi compreso del proprio corpo e dell’altrui corpo, ci lascia soli con noi stessi; gli altri diventano semplici strumenti da utilizzare per la nostra elevazione. Chiusi nel cerchio dell’interesse esclusivo per noi stessi, non sappiamo più che possiamo essere veramente noi stessi solo attraverso le relazioni con gli altri, relazioni positive, perché se le facciamo diventare negative, facciamo un salto all’inferno in anticipo.
L’invito pressante, dunque, non è a diventare bambini, ma ad avere cura del nostro prossimo come ne avremmo (normalmente) di un bambino. Non si può confondere l’infanzia con l’innocenza. Resta il fatto che il bambino è l’essere umano nella sua apertura: incompiuto. La vita è lì davanti. Ha bisogno di speranza, di fiducia nel futuro. E chi può darla a un bambino?
Gesù, secondo Marco, non parla della necessità di tornare all’apertura e alla confidenza dell’infanzia, invita ad accogliere nel suo nome chi può contare “solo” su di Lui.
Accogliere un bambino per quello che è, accogliere chi ha “solo” Dio a sostenerlo, è accogliere direttamente Dio. Unica via di salvezza possibile.
Solo Dio, d’altronde, ha il potere di togliere il suo sostegno a chicchessia.
Uomini rivestiti di pelli con la clava in mano, “il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace”.
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