«E voi, chi dite che io sia?»
15 settembre 2024 – XXIV Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 8,27-35
Tutti e quattro i Vangeli, e non solo quello di Marco, indicano l’inevitabile passaggio attraverso la croce. Non la vorremmo per noi stessi, quindi non la vogliamo neppure per Gesù. È proprio questa logica umana che il Nazareno rimprovera a Pietro. Nella vita cristiana tutto è da prendere, niente da lasciare, da preferire o da sistemare meglio. La tradizione ha assunto come tesoro i canti del servo del libro di Isaia (capitoli 49-52), il terzo dei quali è riportato nella prima lettura: ascoltando il suo Signore, il servo impara la fiducia, qualunque sia la sua sorte, per scoprire un Dio di consolazione. Per compiere il percorso della rivelazione e giungere all’alba della risurrezione, non è possibile saltare i passaggi che non ci piacciono.
Un insegnamento impopolare? Chi ha parlato così prima? È un altro modo per chiedersi chi sia stato veramente il Nazareno.
La teologia cerca di venirci in aiuto, dicendo che il Cristo è vero uomo e vero Dio. Detto questo, per noi cosa cambia? La domanda rivolta un giorno ai discepoli nei pressi di Cesarea di Filippo, è la stessa qui e oggi per tutti, ma è di altro ordine. Non si tratta di scoprire chi è il Nazareno in termini filosofici o teologici, si tratta di capire chi è veramente per noi, per ciascuno di noi. Forse non possiamo rispondere con i nostri buoni resti di catechismo, sembra inutile cercare sui libri la risposta che meglio si attagli alla nostra sensibilità.
Io credo che Gesù stesso si pose per primo la domanda cruciale sulla propria identità: vero uomo e vero Dio dovette trovare gradualmente la risposta in se stesso.
Molte persone vedono nel vangelo di questa domenica un Gesù maestro che verifica la conoscenza dei suoi discepoli; mi sembra riduttivo per i discepoli, che non erano studenti, ma soprattutto per il Nazareno. Allora, se non è una domanda scolastica, deve contenere un dubbio o almeno una curiosità: che pensa di me la gente?
Per uscire dall’incertezza, alcuni, pochi a dire la verità, pensano che Gesù sia un socratico, abile a risvegliare la saggezza nei suoi ascoltatori attraverso un gioco di domande e risposte. Di Socrate si dice che fosse molto poco attraente, ma intelligente, altruista, povero e al servizio della città. Dovremmo individuare i tratti da imitare di un discepolo socratico, nato cinque secoli dopo il suo maestro? Tanto varrebbe imitare Socrate… facendo dei dialoghi di Platone un nuovo vangelo.
Non sembra la mia strada e neanche una strada conveniente…
Personalmente credo che Gesù abbia posto ai suoi discepoli la questione per condividere con loro la domanda cruciale della sua esistenza: Chi lo abita, creando in lui una chiamata così potente da destare il continuo volgersi verso il Padre?
Immagino che questa domanda non sia estranea a nessuno di quelli che sperimentano una forte vocazione e non di tipo esclusivamente religioso. Da dove viene, per fare un solo esempio, la vocazione ineludibile a dedicarsi all’arte? Per il Cristo la vocazione è fare la volontà del Padre in vista della salvezza di ogni essere umano.
Già al momento del battesimo, aveva ascoltato ciò che sua madre gli diceva fin dall’infanzia: “Tu sei il figlio prediletto del Padre; hai tutto il suo favore”. Ma, dal punto di vista umano, cosa fare con questa parola? Gesù sente il bisogno di ascoltare la risposta degli uomini, dei fratelli, dei discepoli. Nella risposta di Pietro riconosce l’ispirazione divina. Dev’essere stata una svolta decisiva nella sua vita. Il passo successivo sarà la trasfigurazione. Sembra che gradualmente si lasci investire dalla pienezza della sua identità e dalla vocazione nella quale prende forma il resto della sua storia.
Tutto questo è magnifico e, allo stesso tempo, inquietante: mostra tutta la fragilità dell’uomo Gesù, la stupefacente umiltà nel lasciar emergere la domanda e, insieme il salto spirituale, in cui dubbio e curiosità svaniscono, dissipati dalle parole di Pietro.
Non è da tutti e non è sempre facile discernere nelle parole di un amico un’ispirazione divina; ci vuole una certa disposizione a lasciar penetrare in noi la luce, senza chiudere subito la porta delle nostre paure. Lo stesso Pietro, nonostante il riconoscimento della realtà davanti la quale si trova, viene rimproverato subito dopo, perchè non vuole accettare le conseguenze di quella realtà, credendo caso mai di poter “ammorbidire” la cosa.
A pensarci bene, il tentativo di Pietro, come al solito un po’ ingenuo, ma, in fin dei conti, animato dall’affetto per Gesù, è contraddittorio: se Pietro crede veramente nelle parole che ha pronunciato, non è possibile cambiare il progetto di Dio.
L’economia della salvezza non è rivedibile…
NB: in copertina una celebre opera di H. di Matisse: “La Gerbe”