Inutili mormorazioni

Il pane che io darò per la vita del mondo è la mia carne

11 agosto 2024 – XIX Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Gv 6,41-51

Nella storia del lungo esodo degli Israeliti è narrata una vicenda enigmatica, in cui si parla ancora di mormorazioni, come nel vangelo di questa domenica.
Si è spesso detto che Dio punì Mosè proibendogli di entrare nella Terra Promessa: non è un’interpretazione, è proprio scritto che il Signore disse a Mosè e ad Aronne: «Poiché non avete avuto fiducia in me per dare gloria al mio santo nome agli occhi degli Israeliti, voi non introdurrete questa comunità nel paese che io le do», (Num 20,12). A Meriba, mentre il popolo mormorava contro Mosè e contro Dio perché aveva sete, Mosè colpì una roccia con il suo bastone facendo sgorgare acqua in abbondanza. Prima, però, insieme ad Aronne, aveva radunato il popolo dicendo «Ascoltate, o ribelli: vi faremo noi forse uscire acqua da questa roccia?» (Num 7,10). In questo modo non aveva ubbidito alla lettera; il comando del Signore suonava in altro modo: “Convocate la comunità e alla loro presenza parlate a quella roccia, ed essa farà uscire l’acqua; tu farai sgorgare per loro l’acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al suo bestiame” (Num 7,8).

Una profonda saggezza ha ispirato questo racconto, perché vi è rivelata una verità: si possono commettere errori di “posizionamento” nelle nostre relazioni con il prossimo, apparentemente benigni, ma dannosi per chi li commette. Per più di 2000 anni i teologi hanno pensato a questo curioso episodio e hanno fornito molteplici spiegazioni. Per esempio, Dio aveva chiesto a Mosè di “parlare alla roccia” non di colpirla, il gesto è quindi violento e non dialogico; il senso spirituale dell’episodio potrebbe essere un invito all’uso della parola piuttosto che della violenza: non si “percuote” per convincere qualcuno a dare ciò che normalmente non ha o non vuol dare. Si parla. Mosè evidentemente colpisce per “fare colpo” e si fa accusatore degli Israeliti perché avevano mormorato contro Dio, chiamandoli “ribelli”. Sembra che il Signore, in quell’occasione, non avesse avuto intenzione di rimproverare alcuno, volendo solo dissetare il suo popolo. Il comportamento di Mosè risulterebbe, come dire, un po’ eccessivo, teatrale, non privo di una certa violenza coercitiva, mentre forse avrebbe potuto essere più benevolo. In questo caso il bastone rappresenta per Mosè lo scettro del comando, piuttosto che un dono miracoloso offertogli dal Signore.

Ciascuno di noi, del resto, ha il proprio bastone “in stile Mosé”, certo più o meno potente, ma è pur vero che ognuno esercita il suo piccolo potere su qualcun altro. È un saggio insegnamento l’invito ad usarlo per sostenere e non per colpire, per incoraggiare e non per umiliare.
Il bastone di Mosè rappresentava il potere religioso e mi sembra sia chiaro il rischio del suo uso improprio: si testimonia l’abbondanza dell’acqua o si bacchettano le persone?
La tradizione ebraica tramanda che l’errore di Mosè fosse essenzialmente quello di indulgere all’ira. Nel cristianesimo indulgere all’ira è considerato uno dei sette peccati capitali, perché spezza i legami della fiducia.

Esiste anche un’altra interpretazione della vicenda, ricavata dal confronto con Es 17,5-6, dove è narrato un antecedente. Mosè aveva già fatto scaturire l’acqua colpendo una roccia, usando il bastone come Dio effettivamente gli aveva chiesto. Quindi Mosè, la seconda volta, avrebbe agito automaticamente allo stesso modo. L’uomo di fede dovrebbe essere sempre aperto alla novità della chiamata ad essere e ad agire, quindi circostanze diverse, in tempi diversi, richiedono modalità di soluzione differenti. Non necessariamente la formula rivelatasi giusta nel passato, sarà adeguata al futuro e sarebbe mancanza di fede affidarsi alle consuetudini.
Emblematicamente non si può entrare nella Terra Promessa conservando nel cuore la nostalgia del passato; il rimpianto del “buon tempo antico” è una cattiva compagnia, che ostacola il cammino personale, mentre il ruolo della Chiesa è quello di radunare il popolo, non per giudicarlo, piuttosto per sostenerlo nel cammino verso la Terra Promessa.
In tutte le confessioni religiose lo “slittamento” di Mosè verso la tentazione di considerare proprio il potere datogli da Dio, ritorna puntualmente. I sacramenti, per esempio, dovrebbero essere aperti a tutti senza condizioni, perché questa è la caratteristica della grazia, in via di principio non sarebbe possibile escludere alcuno senza dimostrare mancanza di fiducia nella grazia del Signore.
La buona notizia è, però, che se anche Mosè e Aronne non furono perfettamente obbedienti, o se qualcuno avesse scarsa fiducia nella grazia, il popolo avrà comunque sempre tutta l’acqua di cui ha sete. I cattivi servitori, dunque, non possono essere un alibi per la mancanza di fede nel Signore.

Mi sono dilungato sulla vicenda di Mosè e della roccia, perché la roccia è un’immagine del Cristo: “Tutti furono battezzati in Mosè… tutti bevevano la stessa bevanda spirituale, perché bevevano da una roccia spirituale che li seguiva, e quella roccia era Cristo”. (1 Cor 10,2). Se non riusciamo ad accettare il Cristo, non c’è bisogno di colpirlo, possiamo anche solo parlargli. Nutrirsi del dialogo con Dio è mangiare il pane disceso dal cielo, il Cristo, letteralmente la voce di Dio incarnatasi in Gesù di Nazaret.

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Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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