Comandò loro di non prendere niente per il viaggio;
né pane, né sacca, né denaro nella cintura, ma soltanto un bastone
14 luglio 2024 – XV Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 6,7-13
Ricordo ancora l’inizio dell’anno pastorale nella mia parrocchia alcuni anni fa. Il comitato pastorale aveva preparato un grande striscione che recitava: “La nostra missione è annunciare Gesù Cristo al mondo d’oggi”. Vasta missione! Ma una tale definizione si trova così tanto a livello stratosferico che si applica a tutto e niente allo stesso tempo. Personalmente, mi sento un po’ imbarazzato a situare la mia vita lì.
Eppure siamo così tanto abituati alle missioni, per di più mi dico pure “missionario”. E poi, ad un certo punto ci siamo scoperti tutti “missionari in forza del battesimo”…
Nell’ambiente governativo, ogni ministero, ogni dipartimento, ogni sezione ha la sua missione, che ruota più o meno intorno al servizio ai cittadini, all’equa applicazione della legge… Anche le istituzioni educative hanno la loro missione. Anche i vari media, radio, televisione, giornali, riviste sono orgogliosi di una missione. La tradizione cristiana non ha più il monopolio della lingua sulla missione. Ma allora come collocare la missione in relazione agli altri?
Voglio prendermi il tempo di immergermi nella storia di Marco in cui Gesù manda i suoi discepoli a due a due. A che scopo? A prima vista, non lo sappiamo, perché Gesù semplicemente dà loro la capacità di dominare “spiriti disturbati” (che traduce il significato ebraico di impuro, cioè che sfugge alla normalità e ad un certo ordine), senza aggiungere nulla. Conoscendo il Vangelo di Marco, possiamo facilmente intuire che si tratta di continuare l’opera di Gesù, soprattutto perché la sua morte si profila all’orizzonte, preannunciata dalla morte di Giovanni Battista che segue nel racconto di lì a poco. Il volto di Gesù lasciato da Marco è quello di un uomo d’azione, che ha invitato le persone a cambiare vita perché il mondo di Dio è più vicino di prima e che non ha cessato di agire per trasformare anche fisicamente chi gli è vicino. Cosa fanno i Dodici per rispondere all’invio di Gesù? Chiedono alle persone di cambiare vita, liberano le persone dai loro impulsi malvagi (malattie psicologiche e mentali), curando gli infermi (gli afflitti da malattie fisiche) con l’unzione.
Seguendo questo racconto, come possiamo dunque definire la missione cristiana, e, più in particolare, la mia? Mi sembra che non si possa “inventare” una missione, per quanto nobile possa apparire, del tipo generale “annunciare Gesù Cristo”. Possiamo solo “scoprirla”. Il Vangelo dice anche: Gesù chiama i dodici e comincia a mandarli, quindi non è un’iniziativa dei discepoli. Questo fatto può generare una certa tensione: “A cosa sono chiamato, a quale scopo sono stato inviato, o, per dirla grossa, “Cosa si aspetta Dio da me?”
Questo racconto di Marco mi dà un indizio: Gesù dà ai suoi ciò che serve per dominare gli spiriti disturbati, cioè la capacità di padroneggiare tutto ciò che perverte gli esseri umani. Vengo chiamato solo là, dove ho la capacità di agire: la mia missione dipende da quello che sono e da quello che posso dare. Quindi, in fine dei conti, la vera domanda è: “Chi sono io e che cosa posso dare?”
So di essere sempre dove vengo chiamato e quello che faccio è anche la mia missione, ma il senso spirituale è per me una scoperta che continua. Capisco le immagini di Paolo di Tarso: Lui, che aveva tanto da dare, non può che esprimere forza, ardore, amore, passione in tutto ciò che intraprende, anche se attraversa ore buie e momenti dolorosi.
Noi, che spesso soffriamo del vuoto di parola in molte delle nostre celebrazioni, possiamo accorgerci che c’è una chiamata missionaria per tutti i cristiani.
I discepoli vengono inviati senza alcun tipo di avere personale, senza nemmeno il minimo per la sussistenza, hanno “solo” il Vangelo, possono essere accolti esclusivamente a motivo della loro missione. Essere accolti, infatti, non solo vuol dire essere sotto la grazia delle persone che ti accolgono, ma soprattutto rendersi disponibili, pronti per essere ricevuti solo perché portatori della Parola, coerenti nell’azione. Il nostro mondo opera sulla base di lotte di potere, intimidazioni e violenza, pressione del denaro, prestigio e leva finanziaria: tutto questo non riguarda il Vangelo; l’audacia della sua semplicità consiste nell’essere un modello che non può in alcun modo essere agganciato all’egoismo prevalente nelle consuetudini mondane. La povertà degli inviati non può essere finta o superficiale: è l’unica condizione che rende possibile ascoltare ed essere testimoni della grazia. Diventare poveri significa accettare di ricevere ciò che Dio vuole darci attraverso coloro che incontriamo.
Il testo specifica che i discepoli vengono inviati a due a due, dunque l’invio non è una questione di realizzazione individuale. Il fatto di sostenersi a vicenda dice che la parola non è personale, viene da altrove, non è nostra, non è un potere individuale e personale. Esattamente come il potere e l’autorità sui demoni che Gesù dà ai suoi discepoli. Il Vangelo stesso è forza di liberazione. Gli spiriti, spesso descritti in Marco come spiriti di contestazione, si oppongono precisamente alla parola di Dio. L’unica arma contro di essi è la potenza della parola di Dio, che annuncia la grazia.
Si tratta di costruire un ponte verso la Buona Novella che sia transitabile;
Tutti coloro che hanno sperimentato la grazia della parola possono fare questo. Sarà poi la Parola stessa a produrre il cambiamento, ciò che conta è che le persone possano ancora una volta rialzarsi, reclamare la propria vita e la propria storia.
Siamo pieni di demoni che tentano di impadronirsi delle nostre vite a livello sociale, mentale, spirituale. Tutte le ideologie che vogliono convincerci della validità del fatalismo, della violenza e della guerra sono rappresentanti dei demoni più attivi del nostro tempo. Dobbiamo portare questo messaggio insieme e a tutti, ma non siamo i padroni della decisione di accoglierci e, forse, ignoreremo la risposta di Dio fino all’ultimo giorno.
“Va, con questa forza che hai.” (Giudici 6,14).