Nessuno è profeta nella sua patria
7 luglio 2024 – XIV Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 6,1-6
Ci sono condizioni che rendono inefficace la Parola? Ci sono situazioni in cui anche la Parola e la potenza di Cristo possono essere del tutto inefficaci? Dove Cristo fallisce nella mia vita, nella mia famiglia, nella mia città, nel mio mondo? Cosa ostacola il suo potere di guarigione?
Dal brano di oggi ricaviamo che un’eccessiva familiarità con Gesù è di ostacolo.
Se provo ad immedesimarmi nei “molti che si stupivano”, non faccio fatica a credere che fossero perplessi. La gente conosceva perfettamente Gesù, anche la sua famiglia e il suo mestiere, appartenevano tutti alla stessa terra, abitavano sullo stesso suolo, ma da qui ad accettare quell’uomo come Messia, come Dio… Essendo uno di loro, veniva ascoltato, ma non accolto e seguito: dev’essere questa la condizione umana che rende inefficace la Parola. Miracoli? In questo caso non ne avvengono.
Il primo tema di riflessione è quindi riscoprire Gesù Cristo come uno straniero, proveniente da un luogo che non ci è “familiare”, che dice e fa cose nuove, strane, forse addirittura sconvolgenti. Il passaggio difficile per noi, oggi, credo sia proprio quello dal Gesù storico al Cristo della fede. Il senso della predicazione del Nazareno non è sempre evidente, talvolta ci sorprende con la bellezza, talaltra ci irrita con ciò che a noi sembra contraddittorio.
Ad Abramo fu detto: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, va’ nel paese che io ti indicherò… Io ti benedirò… e tu diventerai una fonte di benedizione” (Gen 12,1-4). Cercare attivamente il Cristo è probabilmente l’inizio della salvezza perché la Parola di Dio ha di per sé il potere miracoloso di farci abbandonare le abitudini sterili, sia fisiche che mentali, ha il potere di vivificarci.
Il Cristo è la porta attraverso la quale possiamo uscire dalle nostre tane, per affrontare un percorso sconosciuto. Il Vangelo può disturbare molto le nostre abitudini, il nostro modo di essere, i nostri assunti fondamentali, ma non ci chiederà di smettere di pensare, di sentirci in colpa, di disperare del valore della nostra persona, del nostro futuro o di quello degli altri. Se questo accade, la voce è quella del mercenario o del ladro di pecore travestito da pastore.
Quando si parla di partire, non è sempre o solo una questione geografica come per Abramo, ma è anche una questione di “mollare” un punto di vista atrofizzato. C’è una novità che è più di quel che abbiamo, e questa è una buona notizia.
Certamente il testo di Ezechiele – il sacerdote esiliato, di cui ricordiamo il genio potente e le immagini grandiose del destino di Israele, punito e salvato da Dio – doveva suonare “irritante” per i deportati babilonesi del V secolo a.C. Meglio per loro era pensare ad Ezechiele come ad un pericoloso esaltato, piuttosto che riconoscerlo come un autentico rappresentante di Dio. Proprio come succederà a Gesù.
Quanto all’apostolo Paolo, nella seconda epistola ai Corinzi afferma che la forza divina si manifesta in lui proprio quando è più debole. Anzi, per lui l’autentico “successo” passa da qualcosa che mette in risalto la propria debolezza.
Forse “lo schiaffo di Satana” deriva dalla tentazione di lasciarsi inebriare dai risultati dell’azione e dall’impatto della Parola, e quindi la coscienza della fragilità salva anche dal delirio di onnipotenza.
Quanto a Gesù gli è “impedito di compiere il minimo miracolo” perché i suoi ascoltatori, per lo più amici intimi che lo frequentano quotidianamente, invece di lasciarsi toccare da ciò che sentono, preferiscono “etichettarlo”. Allora Gesù va nei paesini intorno, dove la sua parola fa centro. Succede che vada ad “interferire” in modo imprevedibile, ma pertinente, portando vita agli stranieri o ai malati o a chi è in grado di riceverla all’improvviso, perché pronto a lasciarsi turbare e ad avviarsi verso una nuova vita.
Il rischio per noi è quello di considerare Cristo come qualcuno che già conosciamo fin troppo bene, di cui sappiamo a memoria le parole, che si trasformano in qualcosa di ripetitivo e ben noto che non acquista mai nuovi significati. Il Vangelo può ancora sconvolgerci, proprio come la parola profetica sconvolgeva uomini e donne dei tempi antichi, che reagivano maltrattando e uccidendo i profeti. La parola profetica sembra strana perché porta un nuovo punto di vista. La parola di Cristo è ancora più forte, perché è come un atto di creazione, come quando dice “Bambina, alzati!”, un atto che fa passare dalla morte alla vita, o come quando dice “apriti” al muto che ritrova la parola. Il Cristo non è qui solo per confermarci in quello che siamo, ma per trasformarci, anche quando questo in un primo momento ci disturba profondamente. Si può rimanere fiduciosi perché l’azione di Dio non viola mai l’uomo, il miracolo è sempre quello di ridare vita, di promuovere una novità che fa progredire, che risolleva chi è a terra, che risuscita.
Ci si scopre riorientati verso la vita ed è un autentico miracolo; non si compie però tra chi non può rivivere a causa di un’eccessiva “familiarità” con parole ormai ripetute al pari di una cantilena scontata.
NB: in copertina riproduzione di Kazimir Severinovič Malevič (1878-1935), Suprematismo della pittura. Masse pittoriche in movimento, 1916, in Gilles Néret, Malevič, Gruppo Editoriale L’Espresso, 2003, p.63.