9 giugno 2024 – X Domenica del Tempo ordinario
Vangelo: Mt 28,16-20
I discepoli sono andati in Galilea nel luogo stabilito da Gesù: il monte. Lì vedono il Maestro risorto. Alcuni dubitano, pur prostrandosi in segno di riverenza verso il Signore.
Non mi sorprende affatto. Mi sorprende piuttosto che molte traduzioni riportino che solo “alcuni” abbiano avuto dei dubbi. In realtà il testo greco, al versetto 18, recita “οἱ δὲ ἐδίστασαν” (hói dé edístasan = essi dubitarono), essendo riferito “οἱ” al soggetto della proposizione: “oἱ δὲ ἕνδεκα μαθηταὶ” (hói dé évdeka mathetái = gli undici discepoli), posto all’inizio del versetto 16.
Devo intendere che gli undici apostoli vedono Gesù, si prostrano e dubitano. Personalmente non faccio fatica ad immedesimarmi nello stato d’animo degli undici apostoli, che, pur prostrandosi senza esitazione alcuna davanti a Gesù risorto, sono anche dubbiosi, nel senso che sono esitanti, perplessi, divisi fra il credere e il non credere ai loro stessi occhi. Tra l’altro è proprio questo il senso del verbo “διστάζειν” (distázein) tradotto con “dubitare”, in realtà composto da “dis-” = “due volte” e “ístemi” = “stare”, come ad indicare un’azione nella quale si sta divisi in due; è precisamente lo stato di chi è incerto, perché allo stesso tempo crede e non crede a qualcosa.
Rimane il fatto che gli undici si prostrano tutti davanti a Gesù, morto e sepolto a Gerusalemme, che appare ora loro in carne ed ossa sul monte della Galilea.
Quindi, credere nella risurrezione non è una questione di dogmi, è una questione di fede, significa adorare (prostrarsi davanti a) Cristo risorto, oltre ogni pur legittimo dubbio. Non si aderisce necessariamente, senza esitazione alcuna, a ciò che la ragione più ovvia vorrebbe rifiutare. Chi dubita in un normale stato di coscienza davanti a ciò che vede con i propri occhi – sia detto per inciso – dubita dei propri occhi, delle proprie percezioni, non di ciò che vede. Se mi capitasse qualcosa di simile direi a me stesso: “Sogno o son desto?”
Questo tipo di dubbio, dunque, caratterizza la reazione di ciascuno degli undici discepoli di Gesù, e la fede nella risurrezione include chiaramente questo elemento. Il prostrarsi è, invece, un gesto fortemente simbolico, segno di ben altro insieme e oltre il dubbio.
Ricordiamoci che è il primo giorno della settimana e che le donne vanno al sepolcro. Nel racconto di Matteo l’angelo annuncia la risurrezione, dice loro di andare ad annunciarla ai discepoli; le donne, senza che si parli di dubbi, fanno esattamente come l’angelo ha detto. Lungo il cammino, l’annuncio e l’ordine vengono loro ripetuti dallo stesso risorto e il dubbio non sembra essere questione che le riguardi; l’incredibile trova in queste donne luogo e voce.
Il vangelo narra anche tutt’altro tipo di reazione: pure i soldati impegnati a custodire la tomba rimangono sbalorditi dagli avvenimenti, ma subito dopo vanno a prendere ordini dai loro capi, che, a prezzo di una somma in denaro, ordinano che sia diffusa una versione molto razionale e credibile: mentre loro – i soldati – dormivano, i discepoli di Gesù hanno rubato il corpo, per poter far credere agli altri che Gesù sia risorto. Anche questa Parola (perché è scritta nello stesso vangelo che consideriamo Parola sacra) è fortemente simbolica: sappiamo che l’agire di quei soldati si ripete nei secoli: esistono uomini, anche cristiani, che rubano il corpo di altri uomini e di altre donne in ogni tempo e in ogni età. Non parlo banalmente della morale sessuale, sto parlando della soppressione fisica su larga scala reiterata nei secoli in ogni guerra, sempre fratricida. Risuona tragicamente questa leggenda attorno ad una supposta e fraudolenta sottrazione del Corpo di Cristo ad opera degli apostoli: la interpreto come fosse la drammatica proiezione di Caino, gettata sugli apostoli.
Quest’ombra di Caino è sempre pronta ad afferrare ogni essere umano e continua ad aggirarsi nel mondo come un atavico spettro del rifiuto di Dio, nulla avendo imparato Caino a proposito di sé e di Dio. I soldati del vangelo di Matteo, però, avevano anche assistito alla discesa dell’angelo, l’avevano visto rotolare via la pietra e sedersi su di essa, ma, adeguatamente pagati, tralasciano di farsi qualsiasi domanda in merito a quella visione, vanno a raccontarla ai loro capi e poi diffondono, anziché la propria visione, la versione immaginaria dei loro capi.
Tutto questo è inquietante; come cristiani ci mette all’angolo di fronte alla necessità di prendere una posizione: per noi, che siamo lettori del Vangelo di Matteo, la risurrezione e le apparizioni avvengono nel Libro Sacro. Nessuno dubita? Alcuni dubitano? Molti dubitano? Tutti dubitano?
Non ha alcuna importanza, se siamo come quelle donne, che non si occupano dei loro dubbi in alcun modo, ma mettono in moto le persone. Non ha alcuna importanza neanche se siamo dubbiosi come gli apostoli. L’importante è non essere traditori della vita, prezzolati, al servizio di una versione ufficiale falsa, ammantata di pseudo-razionalismo. Preferiamo il dogma della Chiesa, e preferiamo prendere ordini dal Dio che ci abita, non dal razionalismo umano sempre pronto, in ultima analisi, a trovare una giustificazione per espropriare, sottrarre e distruggere il corpo vivente: un sistema caino che ci fa sopravvivere come schiavi. Se non sapessimo che anche Caino, come uomo-simbolo, gode della protezione di Dio, nonostante i suoi misfatti, potremmo considerarci una specie perduta.
Possiamo ovviamente identificarci con ciascuno dei personaggi del vangelo di questa domenica, ma noi siamo lettori che vivono oggi, e, se vogliamo situarci credibilmente in relazione alla nostra fede, dobbiamo prima prendere atto del fatto che non siamo stati testimoni della risurrezione come sembrano esserlo stati i personaggi di questo racconto.
Ciò che mi fa annunciare il vangelo, sia pure con tutti gli errori e i dubbi di un uomo normale, è la fede in Cristo risorto oltre ogni dubbio su me stesso e sui miei occhi di lettore. Se non avessi una fede profonda nel Cristo risorto, non mi occorrerebbe dirmi cristiano per sostenere una visione pervasa dall’amore per il prossimo. Idealmente qualsiasi gruppo umano potrebbe farlo, senza bisogno di aderire ad una confessione religiosa.
Ciò che mi tiene anche a scrivere a questa scrivania è contenuto in queste parole: “Andate dunque: ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a fare tutto ciò che vi ho comandato”.
Per me, per noi, la fede nella risurrezione di Gesù Cristo e della nostra risurrezione in Gesù Cristo non può essere sorretta da alcuna apparizione del risorto, ma può essere portata e trasmessa con i gesti che la Chiesa propone. In primo luogo, per mezzo del battesimo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, segno forte di un’appartenenza precisa ad un’umanità redenta e sempre redimibile, in secondo luogo trasmettendo ciò che ci è stato insegnato e che è stato praticato sotto i nostri occhi, secondo ciò che Gesù Cristo ci ha insegnato. La fede nella risurrezione di Gesù Cristo non ha primariamente per oggetto la rianimazione e la contemplazione di un corpo martoriato, ma ha per oggetto una pratica e un discorso coerenti tra loro e coerenti soprattutto con questo Vangelo che noi tutti ancora e sempre possiamo leggere, ascoltare e mettere in pratica. Il dubbio allora non è un incidente o un’infermità della fede: è insito nella fede. La storia del cristianesimo è stata anche disseminata di ingiustizie e di cadaveri, perché la complessità delle situazioni esiste, e siamo sempre noi esseri umani, noi, persone nella nostra individualità, con tutte le nostre incertezze, a dover decidere ed agire. La vita a volte è terribilmente crudele, ma oltre il dubbio è bene coltivare almeno altri due pensieri: è sempre necessario credere nella risurrezione di Gesù Cristo, perché ci sono grandi uomini che hanno dato la loro vita per questa fede ed è possibile in ogni momento che la Sacra Scrittura ci illumini in modi inaspettati.
Ciò che è veramente essenziale, anche se spesso non capiamo dove stiamo andando e se ci stiamo veramente muovendo nel modo giusto, è che il futuro ci è ignoto e noi camminiamo e viviamo solo per fede. Ciò che rende possibile a chi crede nel Cristo risorto andare verso questo ignoto è detto nell’ultimo versetto del Vangelo di Matteo: “Io sono con voi sempre fino alla fine dei tempi”. Questo è il mio e il nostro fondamento.
Siamo ritornati nel tempo ordinario, sono finite le feste e le solennità, ricominciamo ad “andare”, a “fare”, a lavorare, a “battezzare” la vita, tutta la vita, ogni vita, perché il Cristo risorto è con noi fino alla fine dei tempi e noi lettori e ascoltatori del Vangelo risorgiamo in Cristo ogni giorno.
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