Regno e profeti

Prima Lettura: Gio 3,1-5.10
Seconda Lettura: 1Cor 7,29-31
Vangelo: Mc 1,14-20

Quando le persone sono pronte ad ascoltare la parola di Dio, non c’è bisogno di un profeta. Compito dei profeti è ricordare agli uomini la “via maestra”. Per questo sono spesso sgraditi, come lo fu il Battista ad Erode Antipa.  Credo che ci siano veri profeti solo quando rischiano di essere uccisi di spada o di lingua e quando la maggior parte del popolo di Dio o di qualche suo sottoinsieme, ha bisogno di essere riportata sulla retta via. Questo deve essere stato il motivo della presenza del Battista in Palestina alla fine degli anni Venti del I secolo d.C.
Quando Giovanni fu arrestato, Gesù si recò in Galilea, “crocevia dei pagani”. Non andò a Gerusalemme, non andò a illuminare  “il centro”, andò a illuminare la periferia abitata per la maggior parte da persone di varia provenienza geografica, non professavano tutti la stessa religione.
La luce si manifesta, infatti, dopo un periodo buio. E, in coerenza con il suo detto “non si accende una lampada per nasconderla” (cfr Mt 5,15), dopo la morte del Battista, Gesù cominciò a predicare in lungo e in largo.
Il contenuto della sua predicazione non era solo profetico; l’originalità del suo “convertitevi perché il Regno dei Cieli è vicino” risiede nel suo convincimento che proprio in Lui, non in un altro e non in un futuro lontano, si stava realizzando la promessa messianica.
Il “giudizio” che egli viene ad annunciare, quindi, non è solo quello in vista della fine del mondo; la sua predicazione si differenzia da quella, per esempio, di Giona nella prima lettura:
“Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”. Ninive, ricca città assira, in effetti fu conquistata e saccheggiata, anche se il libro di Giona non ne è testimonianza storica puntuale, ma in ogni caso non cadde sotto le folgori di un dio simile a Giove, fu piuttosto devastata dal popolo che, in un vortice di violenza espansionista, prese il sopravvento sugli Assiri nel corso della storia in quell’area geografica: stiamo parlando di molti secoli prima di Cristo. Evidentemente i profeti dell’antico Israele tramandavano una conoscenza che ritenevano essenziale per gli uomini: Dio è infinitamente misericordioso, ma gli uomini sono inclini per lo più al male e tendono a disobbedirgli. La storia, che si ripete nel tempo, insegna che l’umana inclinazione al bene in generale viene offuscata dall’istinto di sopravvivenza, degradato fin troppo spesso in istinto di sopraffazione. Il giudizio del Nazareno, oggetto della sua predicazione, non riguarda la fine del mondo, ma “il regno dei cieli” e vuol significare che la promessa messianica si sta adempiendo proprio lì, in Palestina nel I secolo, ai tempi di Gesù, quindi, in termini umani, c’è solo il tempo di una singola vita individuale per accettare quella salvezza, ora come allora.
Quando parliamo del “regno”, sembra sempre che si tratti di una realtà aliena, una specie di altro pianeta in fase di avvicinamento, non si sa se foriero di disastri o di grandi fortune. Ma il Cristo non è un alieno, né una figura mitica: è nel nostro mondo, nella nostra realtà: per noi è già qui il suo regno, ancora prima della fine dei tempi e non esiste un altro posto dove poter essere autenticamente “cristiani”. Questo spiega anche l’urgenza della missione.
Ho l’impressione, invece, che questo Regno venga spesso confuso con una sorta di “reame” da favola.
Parlare del regno di Dio non indica tanto quello che i “sudditi” dovrebbero fare, quanto quello che lui ha già fatto: mettere ogni uomo nella condizione di salvarsi, solo che lo voglia, per fede.
Dovremo aspettare alcuni versetti per ascoltare il “Discorso della Montagna”, e comprendere con chi e per chi inizia sempre il regno di Dio: “Beati…”
Il Cristo realizza questo regno nelle vite degli uomini e delle donne che vogliono seguirlo.
Esempio di questa volontà di seguirlo sono i primi quattro discepoli. Cosa sia avvenuto nella mente e nel cuore di queste persone noi non sappiamo, possiamo solo immaginarlo dagli esiti storici delle loro vite, oppure vivere esperienze analoghe nelle nostre vite. I due fratelli che stavano pescando in riva al lago non avevano chiesto niente a nessuno. Il Nazareno avvia una relazione con loro, improntata ad un comando che sembra perentorio e al quale quegli uomini obbediscono: “seguimi”. È un rapporto forte, un rapporto di fiducia.
I primi discepoli probabilmente non si sentivano solo figli di Zebedeo, Galilei e pescatori, ma soprattutto uomini in relazione con Gesù di Nazaret. Solo più tardi compresero il senso della sua e della loro unità, tramite lui, col creatore. Non bastano specie, genere, nome, nazionalità, professione o mestiere, stato sociale, per definire completamente la propria identità. C’è radicalmente molto di più.
Gesù di Nazaret non è solo profeta e maestro di saggezza: è Dio stesso che cammina sulle rive del Mare di Galilea, come ai vecchi tempi camminava nel Giardino, cercando l’essere umano e chiamandolo ad essere: il regno è arrivato, è lì. Ed è qui, ora, per chi lo segue.
Gli effetti del regno si manifestano: “guarì tutte le malattie e tutte le infermità del popolo”. Perché il regno di Dio porta frutto, altrimenti sarebbe vuoto, un nulla. I suoi frutti sono quelli della creazione; come in Genesi ha ordinato il caos per renderlo un mondo abitabile, ora guarisce tutto ciò che deve essere guarito per impiantare la sua nuova creazione.
I consigli che Paolo elargisce nella seconda lettura non sono esortazioni a non avere un compagno di vita, a non piangere, a non godere, a non possedere, a non vivere la realtà della vita, ma a non attaccarsi a tutto questo come se esaurisse il panorama delle nostre possibilità: il nostro essere creature implica un di più che non passerà, mentre la scena del nostro mondo passerà.
Anche ora ci sono quelli che seguono il Cristo e che mettono in lui tutto il loro presente e tutto il loro futuro. Poi c’è anche chi lo segue per riconoscenza o per interesse; ma non può bastare, perché non appena il suo regno interferirà con quello che essi immaginano essere il proprio regno (e succederà, perché succede sempre durante l’esistenza di confondersi) le reazioni possibili saranno molteplici: chi lo abbandonerà, chi lo rinnegherà, chi gli si rivolterà contro, chi lo riconoscerà, chi rimanderà il riconoscimento, chi si convertirà cambiando stile di vita, chi lo seguirà per sempre.
Ci sono quelli per i quali la croce sarà una vittoria e quelli per i quali avrà solo il senso di una ridicola sconfitta.
Ci sono quelli che preferiscono chiamare “caso” le loro vite, perché altrimenti si sentono sminuiti nella loro presunta autonomia, e ci sono quelli che credono di essere totalmente nelle mani di Dio.
Ci sono quelli che si chiedono come si fa a credere ai miracoli, e ci sono quelli che li hanno sperimentati in prima persona nei loro corpi e nelle loro anime.
Il testo di oggi ci offre quindi tre figure di Gesù. Dico “ci”, perché è a ciascuno di noi che li propone, il sacerdozio non esclude certo dal gruppo, cui il Cristo si rivolge. Se siamo attaccati ad un Gesù teologo, a un Gesù guaritore delle ferite dell’individuo e della società o al Gesù, espressione del Creatore, che ci ripete la chiamata del Padre e ci dà una vocazione, sappiamo che le tre figure, il profeta, il maestro, il creatore, non si escludono a vicenda, sono tutte e tre presenti nel nostro testo.
Ai piedi della croce però bisognerà scegliere e non seguiamo allo stesso modo o alle stesse condizioni a seconda che Gesù sia prima di tutto l’una o l’altra di queste definizioni.
Se Gesù è un profeta, allora sarà rigettato: non lo ascolteremo. Non lo ascolteremo perché i profeti dicono la Legge di Dio e gli uomini non sanno cosa sia “obbedire al Signore”.
Se Gesù è un guaritore, allora non riusciremo a capire perché non guarisca subito tutti i malati e tutti i mali del mondo.
Rimangono solo quelli che hanno sperimentato in lui non la condanna della Legge, ma il potere della grazia e la speranza della salvezza.


NB: per leggere la riflessione del 24 gennaio 2021 clicca qui

NB: immagine di copertina da foto propria scattata alla pinacoteca di Siena

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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