Segno di contraddizione

Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti e come segno di contraddizione affinché siano svelati i pensieri di molti cuori

Domenica, 31 dicembre 2023 – Festa della Santa Famiglia
Seconda Lettura: Eb 11,8.11-12.17-19
Vangelo: Lc 2,22-40

Eccoci alla conclusione di un anno costellato da tante belle cose, ma anche da violenza a livello globale e locale, tra gruppi umani, tra etnie e nelle famiglie (stragi, missili, femminicidi, infanticidi) e se qualcuno lo ritenesse inevitabile, mi sorgerebbe il dubbio che la propaganda indifferente, calcolatrice e giustizialista, patriarcale e paternalista sortisce i suoi effetti. Non escluderei qualche responsabilità anche matriarcale e maternalista, sempre per via delle pari opportunità.
Questo è il contesto in cui rileggo oggi lo stile della “santa famiglia”.
Certamente nessuno di quelli a me più vicini è terrorista, guerrafondaio, infanticida, calcolatore o giustizialista; intravedo piuttosto paternalisti e maternaliste, molti dei quali anche genitori di adolescenti in cerca della propria identità.
Il Vangelo di Luca racconta dei genitori di Gesù che portano il bambino al tempio per completare il rito prescritto dalla Legge; agiscono secondo la tradizione per lo più in vigore in Palestina ai tempi del Nazareno: 33 giorni dopo la circoncisione del bambino, avvenuta l’ottavo giorno dalla sua nascita, la madre completava il periodo di purificazione del proprio sangue portando il figlio al sacerdote del tempio e offrendo un animale per l’olocausto. Questo significa che quell’animale veniva completamente bruciato come segno di dono irrevocabile a Dio, mentre un secondo veniva offerto come sacrificio di espiazione per i propri peccati: così la religione tradizionale locale riteneva si purificasse la donna dopo il parto. Il maschio primogenito doveva inoltre essere “ri-acquistato” simbolicamente con una piccola somma di denaro, perché di nascita era considerato appartenere a Dio: come mai? Questo sarebbe un punto importante da capire bene: l’intera narrazione è basata sull’idea che Dio, adirato per l’ingiustizia e le violenze perpetrate dal faraone d’Egitto nei confronti degli schiavi ebrei, aveva massacrato i primogeniti del popolo egiziano (Es 12,29) al fine di ottenere la liberazione del popolo eletto.
Di conseguenza, duemila anni fa, vigeva questo tipo di logica morale: sacrificio di animali, transazione finanziaria per riavere il figlio, ritualizzazione di un massacro di bambini perché voluto da Dio.
Non vi sentireste leggermente a disagio se doveste fare questi riti?
Ecco, questa è invece l’aberrazione in cui cade ancora oggi una ristretta, ma influente porzione di umanità, che foraggia le guerre in medio-oriente: una logica materialistica, finanziaria, ma sempre identica attraversa la connessione diabolica tra terrorista e terrorizzato, il primo fa stragi, il secondo si vendica allo stesso modo. Una ruota infernale che gira continuamente, al cui mozzo sta questa narrazione. Appesi qua e là terrorista e terrorizzato si scambiano all’infinito il ruolo ora di carnefice e ora di vittima.

Ringraziando il cielo, il Cristo, cioè quel bambino cresciuto in Palestina 2000 anni fa, ha spezzato questa logica nell’alveo della quale anch’egli era nato, per instaurarne una nuova, che non prevede più l’uomo come strumento della vendetta di qualche dio a favore di un qualche prescelto: non si tratta di Atena a favore di Odisseo e non si tratta di Efesto che costruisce la formidabile armatura di Achille. Sullo sfondo dell’ideologia guerresca c’è infatti un modo ancora acerbo e antico di concepire il dio a immagine e somiglianza dell’aggressività umana, per cui come Marte e Atena noi vorremmo comportarci, non Dio…

Ora Maria e Giuseppe, ubbidienti alla tradizione dei padri, si conformano alla Legge della confessione religiosa, cui appartengono per nascita. Ma come genitori hanno un “lascito” molto diverso, perché portano al tempio un “piccolo” dell’uomo molto diverso, il Messia addirittura e senza saperlo, cioè il potenziale sempre in azione della libertà e della unicità di ogni figlio scevro da qualsiasi collusione con il male, portatore di un principio di pace assoluto al quale gli uomini, per loro natura e per loro disgrazia, stentano ad aderire.
Gesù crescerà e metterà in discussione le basi di molte norme, relative a riti e condotte religiose: relativizzerà il sabato, metterà in discussione la logica vigente dei riti di purificazione, per esempio delle abluzioni corporee in determinate circostanze, ma soprattutto prenderà le distanze dal tempio e da ogni tipo di sacrificio animale: proporrà una religione del cuore, come luogo all’interno del quale accogliere Dio e sostituirà il principio della vendetta con quello del porgere l’altra guancia. E dirà anche ai suoi discepoli: “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.” (Mt 10,16)

Come ha potuto il figlio di Maria e Giuseppe arrivare a questo?
Non limitatevi a dire che per Lui era facile, perché era il Figlio di Dio. Questa osservazione, ripetuta fino alla noia, secondo me esclude contraddittoriamente dal mistero dell’incarnazione, la condizione umana primaria: si nasce e poi si deve imparare a diventare uomini. Anche Gesù di Nazaret ha dovuto farlo e l’ha fatto nella misura che propone anche come “modello di formazione” per i bambini di oggi: “E il bambino cresceva e si fortificava, mostrando molta saggezza, e l’amore traboccante di Dio era in lui”. Gesù è stato guidato a svilupparsi.
Come avrebbe potuto diventare pienamente uomo senza l’amore, la fiducia e le cure ricevute?
La sua famiglia umana è stata per lui fonte di vita, anche se da adulto ha dovuto mettere in discussione e rinnovare totalmente il suo mondo religioso.
Il personaggio di Simeone riassume il senso dell’incarnazione di Dio nell’uomo Gesù: “Ora posso morire in pace”, potrei parafrasare, “perché ho la certezza che tutto ciò che ho sperato si realizzerà, ho visto in questo bambino il piano di liberazione che il Dio d’Israele ha preparato per tutte le nazioni del mondo“.
Un’anziana vedova, Anna, la profetessa, ripete a sua volta parole che risalgono allo stesso significato cui si riferisce Simeone: in quel bambino, Gerusalemme, la città del Tempio, sarà riabilitata.
Con il beneficio di 2000 anni di senno in più, cosa abbiamo da dire oggi noi a Simeone e ad Anna? Non mi stupisco più se il Tempio e tutti i rituali religiosi che ci permettevano di incontrare Dio non sono più il luogo esclusivo in cui sperimentare la Sua presenza.

La riabilitazione del Tempio è avvenuta e continua ad avvenire con il trasferimento della Parola nel cuore dell’uomo.
Maria e Giuseppe, persone, empiricamente vissute come ciascuno di noi in questo mondo, costituitisi famiglia di Gesù per una volontà che ha oltrepassato la loro, come si sono comportati con il figlio? Lo hanno amato, si sono fidati, sono stati attenti ad avere cura di lui, anche quando ha preso strade troppo lontane dalla loro immediata comprensione: questa è l’essenza della genitorialità umana. La forma della famiglia è meno importante del suo ruolo transgenerazionale: in base al senso comune Giuseppe non era il “vero” padre di Gesù, perché non ne era il padre biologico; Maria rimarrà sola dopo la morte di Giuseppe e troverà nei discepoli del figlio una famiglia più vasta.
D’altra parte, quanti figli sono stati negletti da famiglie più o meno “normali” e quanti sono stati amati da altrettante famiglie più o meno normali?
La famiglia nella quale si accolgono e si amano i figli nel rispetto della loro persona, ha un proprio ruolo “sacrale”. Questo mi sento di ribadire, nel ricordare che è Gesù a fare di Giuseppe e Maria una famiglia, al di là di una “miracolosa” maternità e di una paternità biologica non perfettamente corrispondente. Solo così può essere, con l’aiuto di Dio, che i figli siano gli adulti di domani, a loro volta fonte di vita. In questa prospettiva dico che la famiglia è santa, quando è fonte di vita.

NB: per leggere la riflessione del 20 dicembre 2020, clicca qui

NB: per info sull’immagine di copertina, clicca qui

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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