Incontri decisivi
10 gennaio 2021
Se Gesù avesse trent’anni oggi, lo avrebbero intervistato in un talk show, probabilmente gli avrebbero posto domande sulla sua visione del mondo, sulle sue esperienze e sui suoi poteri miracolosi… su cosa pensa di quello che accade…
Sarebbe una trasmissione molto seguita, e tanto social, ne sono certo.
Come giornalista gli chiederei prima di tutto, cosa lo ha spinto un giorno a lasciare la sua famiglia e il lavoro da falegname per diventare un predicatore itinerante.
Per la verità il mio interesse per l’argomento non è propriamente giornalistico, ma deriva dal desiderio di conoscere per quali vie e, forse, con quale gradualità l’uomo Gesù ha maturato la consapevolezza di essere il Cristo, e che i suoi seguaci dovessero poi annunciarlo nel tempo e nello spazio. Non è domanda da poco: se siamo qui, bisognerà trovare una risposta possibile.
Sappiamo che già a 12 anni Gesù trova ovvio occuparsi delle cose del “Padre suo”, ma il racconto di Marco sul battesimo di Gesù mette in luce il ruolo del Battista, poco prima dell’inizio della predicazione.
Giovanni, il cugino di Gesù, aveva innescato un movimento spirituale di rinnovamento e conversione e il Nazareno va, come molti altri, a farsi battezzare da lui sulle rive del Giordano.
Marco, però, sottolinea che Giovanni, ancor prima d’incontrare Gesù, sa di non essere “il più grande”, che qualcuno sta per giungere, assai più grande di lui. Il motivo di questa superiorità spirituale sta nel fatto che costui battezzerà non con l’acqua, ma con lo spirito.
Negli anni 60 o 70 (d.C., non quelli del secolo scorso!), era chiaro ai cristiani che non c’era comune misura tra i cambiamenti operati nel mondo da Giovanni e quelli operati da Gesù.
La maniera usata per riassumere il momento decisivo della chiamata di Gesù alla predicazione, comporta una descrizione al contempo semplice e fuorviante: il cielo si apre, lo Spirito scende sul Nazareno e una voce ben distinguibile – che non appartiene ad alcuno dei presenti, ma viene dal cielo, pronuncia parole dal significato inequivocabile: Gesù è il prediletto dal Padre, colui che è follemente amato, da prima, da sempre, dall’eternità.
Ho notato spesso che le esperienze spirituali autentiche sono semplici: una parola s’impone nella mente e in quel luogo, una convinzione diventa improvvisamente evidente proprio in quel momento. Ciò che confonde è il modo di raccontarle. Se quel tipo di esperienza non la si è mai avuta, capisco bene che è quasi impossibile sentirne parlare senza sentirsi anche traditi dalle immagini, che innescano dubbio o franco rifiuto.
Personalmente accetto il modo del racconto di Marco; anzi, l’irruzione dello Spirito nella coscienza, dopo una lunga e silente attesa, può benissimo essere resa con l’immagine dei cieli che si spalancano come fossero la maestosa porta di un luogo fino ad allora solo supposto. Accetto che si voglia rappresentare la rapidità della forza spirituale alla maniera di un uccello viaggiatore, la colomba, già immagine dell’amore di Dio per il suo popolo al versetto 19 del Salmo 74, e la tenerezza umana ispirata dall’amore di Dio, come nel Cantico dei cantici 2,14.
Accetto che si utilizzi il Salmo 2, solitamente intonato in Israele durante le cerimonie di intronizzazione dei re nelle loro nuove funzioni, adoperato in seguito per descrivere il Messia. Tutto questo esprime, significa e testimonia la convinzione di Gesù di essere profondamente amato dal Padre e chiamato ad un compito, ad una missione, destinata ad annunciare che ogni uomo è oggetto dello stesso amore, proveniente dalla stessa fonte.
L’incontro con Giovanni deve essere stato un momento decisivo per Gesù, determinante, entrambi lo sanno, entrambi ne sono coscienti. Qui forse sta il punto: abbiamo sempre bisogno di un altro che ne sia cosciente per se stesso e per l’altro.
Ma, mi dico, questo incontro può aver luogo senza un cuore affamato di assoluto, senza uno spirito alla ricerca … senza … i lunghi anni trascorsi in Galilea?
Gesù è presentato come più grande di Giovanni, eppure queste parole assumono una forza diversa quando osservo che la sua missione, lanciata con Giovanni Battista, porterà ad una situazione così nuova da richiedere una rottura con le forme giudicate inessenziali del fariseismo.
Nella liturgia di oggi, la storia finisce qui. Ma trovo molto istruttivo che Marco, così interessato al Maestro-uomo d’azione, lo presenti poco dopo nella solitudine del deserto, come a fare il punto della situazione, dopo l’esperienza del battesimo, ma in un contesto assai diverso, dentro il confronto con le diverse forze oscure, le tentazioni provenienti da Satana. Queste lacerano, ma non disintegrano, al contrario il battesimo nello spirito ammansisce le bestie selvagge e propizia il servizio reso dagli angeli. Ecco cosa succede, quando si accetta questa lotta.
La liturgia ci offre questo meraviglioso racconto del battesimo di Gesù, poco dopo la celebrazione della sua nascita, ma il fulcro della narrazione non è tanto il battesimo, quanto piuttosto l’esperienza della chiamata ad una missione.
Rivedo la mia situazione, la mia storia personale: sono stato battezzato pochi giorni dopo la mia nascita, ma non è stato quel battesimo ad essere decisivo nella mia vita; sono state decisive tutte le persone che mi hanno aiutato a sentirmi sinceramente accolto, amato e mi hanno regalato il gusto di aiutare altri – sulla mia strada – a nascere a se stessi, anche se in seguito ho dovuto vivere ancora dolorose rotture, partenze, ripartenze e nuovi cominciamenti…
Posso parlare di una forza dentro di me, sì, di una “chiamata a seguire Gesù”, ma ne prendo coscienza ogni giorno in una maniera nuova, forse l’unico modo di vivere autenticamente il mio battesimo.
Occorre, credo, imparare a vivere all’ascolto di ciò che si è, ricordando i momenti decisivi della propria vita, che sono sempre momenti d’incontro con qualcun altro.
Parlare o tacere?
17 gennaio 2021
“Ecco l’agnello di Dio”: nella ripetizione mnemonica, queste parole assumono un significato non sempre così chiaro.
Ci può essere d’aiuto un’esegesi abbastanza accreditata che le riconnette con l’ampio contesto di senso all’interno del quale veniva usata la parola “agnello” – in aramaico – ai tempi di Gesù.
Questa parola – talya – aveva due significati, era adoperata per indicare l’agnello, ma anche per indicare il servitore.
Dire “ecco l’agnello di Dio”, poteva essere un modo di esprimere l’idea che Gesù di Nazareth era l’autentico servitore di Dio; probabilmente l’immagine dell’agnello si prestava ad una metafora ben comprensibile in quel contesto culturale.
La connessione tra i due termini è già presente nell’Antico Testamento: non solo il sangue degli agnelli sacrificati, spruzzato sugli architravi delle case del popolo di Dio, era servito per salvare i primogeniti d’Israele dalla morte, ma lo stesso Mosè, a sua volta salvato dalle acque, aveva guidato il popolo d’Israele a liberarsi dalla schiavitù, obbedendo alla Parola di Dio; Mosè è considerato l’esempio massimo, antecedente storicamente Gesù, del servizio reso a Dio e al suo popolo.
Allo stesso modo Gesù, profeticamente già presente nella tradizione giudaico-cristiana, alla maniera di Mosè porterà il nuovo popolo fuori dalla schiavitù della morte, segno del peccato – del male e dell’errore – cui tutti gli uomini rischiano di assoggettarsi.
Forse, all’epoca di Giovanni, dire di qualcuno che era “l’agnello di Dio”, significava anche identificarlo, sulla scia di Mosè, quale leader di una nuova liberazione, destinato a condurre ancora una volta il popolo fuori dall’assoggettamento allo straniero.
Nel nostro racconto due discepoli, uno dei quali era Andrea, fratello di Pietro, avendo ascoltato la parola di Giovanni “ecco l’agnello di Dio” immediatamente decidono di seguire Gesù; questi si volta e pone la domanda, non una domanda qualsiasi, ma la domanda per eccellenza che l’autentico maestro dovrebbe sempre porre al discepolo prima d’iniziare qualsiasi percorso, iniziatico o meno: “Che cercate?”
In genere la risposta non è del tutto ovvia e la domanda di rado è compresa in tutta la sua portata; i due infatti rispondono con un’altra domanda: “Maestro, dove abiti?”
La risposta è tanto rapida e chiara quanto risolutiva: “Venite e vedete.”
Vanno e sappiamo che vedono realmente, perché dopo essere rimasti qualche ora con Gesù si recano da Pietro, il fratello di Andrea, e lo informano: “Abbiamo trovato il Messia.”
Dire “abbiamo trovato il Messia” – che significa il Cristo – vuol dire aver trovato la risposta ad ogni preghiera, parlare di speranza realizzata, di problemi che non sono più tali.
Ci sono molti elementi notevoli in questo racconto: poche parole del Battista, due discepoli alla sequela immediata, Gesù che si fa Maestro; i discepoli, ormai testimoni di ciò che hanno visto, senza esitazione vanno ad annunciare, cominciando dal fratello più prossimo, ciò che hanno trovato: il Cristo. Il fratello più vicino, Simon Pietro, dapprima renitente, sarà il pilastro di una tradizione secolare, della quale oggi siamo tutti –coloro che ci credono e hanno incontrato il Cristo – testimoni.
E se Giovanni Battista non avesse detto quella frase?
In fondo, era solo un piccolo ebreo esaltato che finì malamente i suoi giorni; di Andrea se ne sa poco e Simone era solo un povero pescatore senza istruzione.
Vero in parte, forse, eppure le trasformazioni messe in movimento esattamente da quel “ecco l’agnello di Dio”, per qualunque via siano giunte, testimoniano di un evento che va ben oltre la nascita e la morte individuale, realizzato con lo scopo di liberare tutta l’umanità dal male.
Noi – coloro che sia pure confusamente lo seguono ogni giorno e cercano di andare a vedere dove abita – siamo qui, testimoni del Cristo.
Giovanni scrive, schematizza, accelera e con poche parole narra di un fatto enorme: Gesù è il Messia atteso.
Sì, ma Giovanni lo scrive dopo averlo seguito, dopo la crocifissione, dopo la resurrezione; dopo che i discepoli guardando indietro alla loro storia si rendono chiaramente conto, comprendono e sanno di aver incontrato il Cristo.
Forse osare parlare, non tacere, aiuterà anche noi, e sarà un grido per la venuta del messia: non verrà se non lo invocheremo con tutte le forze.
Chiamate
24 gennaio 2021
Quando gli storici cercano di far luce sul cammino di Gesù di Nazaret, arrivano alla conclusione che suo cugino, Giovanni Battista, ebbe un ruolo decisivo nel guidarlo verso la scoperta della propria vocazione: fu Giovanni a “svegliarlo”, con la sua predicazione, al sogno di una nuova umanità, simboleggiato dal battesimo nelle acque del Giordano.
Gesù pare fosse, inizialmente, un discepolo del Battista come lo erano Andrea e Simone; il vangelo di oggi afferma che l’arresto di Giovanni, una vera catastrofe, lo porterà a volare con le sue proprie ali, a camminare sulle proprie gambe, ad assumere il ruolo di guida e maestro; il pesante lutto, la perdita del cugino, imprime una nuova svolta alla sua vocazione.
Gesù sente profondamente dentro di sé la chiamata ad un compito, e questa chiamata verrà vissuta e prenderà forma attraverso gli eventi successivi.
Si potrebbe parlare nello stesso modo per ciascuno di noi.
Cosa unifica una vita e le dà una direzione?
Cosa tesse la trama della vita, qual è la più importante tra le tante cose che potremmo decidere di dire e fare? Quali sono le priorità? Quale sogno abita i nostri desideri e sogni?
Se si riesce a rispondere a queste domande, è perché in qualche modo, si è trovata la “vocazione”. Tuttavia, la risposta data oggi potrebbe non essere la risposta che si fornirà domani: capita di accorgersi che alcune risposte date in passato non siano le stesse che si darebbero oggi.
Cos’è esattamente la chiamata?
C’è una parte molto soggettiva che la determina.
Per esempio, nel racconto evangelico del povero e del ricco epulone, quest’ultimo non ha mai visto o non ha mai voluto vedere il mendicante malandato, alla porta del suo palazzo; di conseguenza il ricco epulone non si è mai sentito “chiamato” a nulla nei confronti del povero Lazzaro (Lc 16,19-31).
Gesù, qui, parte per le strade della Galilea e inizia a “chiamare” le persone, le invita a seguirlo, animato dal desiderio di trasformare l’umanità nel segno del Padre; crede fermamente che il Padre lo accompagnerà sempre.
È praticamente lo stesso per tutti noi: se metto lo stesso sguardo di Gesù sugli appelli lanciati dalle situazioni della mia vita, allora, intraprendo la stessa avventura che Lui ha intrapreso.
Dopo, posso vincere tutte le mie paure.
Le chiamate non sono tutte dello stesso livello.
C’è differenza tra rispondere alla chiamata di un vicino o di un amico durante un trasloco, e quella suscitata dall’amore che porta una coppia ad unirsi.
Andrea, Simone, Giacomo e Giovanni lasciarono il loro lavoro e le loro famiglie per seguire Gesù.
Il fatto che non abbiano esitato un momento illustra non solo quanto credessero nell’importanza di questa chiamata, ma quale certezza avessero di poter contare sul sostegno di Dio.
Tutto sta nel modo in cui guardiamo alle persone e alle situazioni del mondo.
Per esempio, gli ultimi mesi, un anno ormai, sono stati segnati da continui bollettini di contagi e decessi; durante tutta questa emergenza pandemica alcuni si sono alzati, perché si sono sentiti chiamati a farlo; probabilmente non conosceremo mai tutti i loro nomi, eppure costoro hanno preso la stessa strada di Gesù, Come? Alzandosi, mettendosi su un percorso per accompagnare, sostenere, esserci fianco a fianco – in cammino – … seguendo l’umanità.
Una delle particolarità del vangelo di Marco è la rapidità del racconto che connette le parole con le azioni del Cristo.
Il testo di questa domenica è basato su due eventi: l’inizio della predicazione di Gesù e la chiamata dei primi discepoli.
Sembra un “subito detto” e un “subito fatto”: riassunto di un passaggio fondamentale!
“Subito” si trova quarantuno volte in tutto il vangelo di Marco, e dice sia la velocità delle parole che delle azioni: subito detto, subito fatto, o, – ancora meglio – subito fatto, subito detto.
Un profeta se n’è andato, un altro viene, la cui parola è ancora più potente, la cui predicazione è ancora più forte. Se Giovanni Battista ha inscritto il suo messaggio sotto il segno della preparazione e dell’attesa, Gesù proclama l’ora, il subito, il compimento, l’eternità del tempo.
Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo: quattro elementi, due affermazioni e due inviti:
Prima affermazione: il tempo è compiuto.
È il kairos, non un tempo qualsiasi, si tratta del tempo giusto, di quel momento particolare, favorevole all’azione trasformatrice di Dio. Spesso preferiamo l’incertezza che tiene aperte tutte le possibilità o la routineche – non a caso – accompagna e illude. Questa prima affermazione dice semplicemente che la nostra storia, e dentro questa storia le nostre esistenze personali, non sono lasciate al caso cronologico, ma esposte all’irruzione di Dio che ne dà la cifra e il senso.
Seconda affermazione: il regno di Dio è vicino.
Quello che fa irruzione in questo tempo non è altro che il regno di Dio. Non si tratta di dominazione tirannica, né di dissolvenza da effetti speciali; in ogni caso nulla che imprigioni il libero arbitrio. “Soltanto” un evento veramente buono, favorevole, apportatore di gioia, quello celebrato a Natale: Dio, nella sua bontà, ha mosso i primi passi verso di noi. Il cosiddetto “tempo ordinario” dell’anno liturgico, non toglie nulla all’eternità della vicinanza del regno di Dio.
Primo invito: convertitevi.
Una chiamata che accarezza tutti…e contropelo … Il più pio dirà che non sta a noi convertirci e che solo lo Spirito di Dio ha il potere di trasformare i nostri cuori di pietra in cuori di carne. Va bene!
Ciò che sta accadendo qui però è l’urgenza della trascrizione pratica di ciò che si sa.
Certamente, è la bontà di Dio che tocca e spinge alla conversione; il che significa che né le nostre paure, né le circostanze della vita possono rendere le nostre esperienze spirituali estremamente zelanti! Significa, in ultima istanza, che resta in mano a ciascuno di noi cambiare il proprio modo di pensare, di vedere il mondo, di viverlo, di accettare di essere sconvolti – e trasformati – dall’intervento di Dio.Secondo invito: credete al vangelo.
Cosa rende questo annuncio del tempo compiuto, del regno inaugurato e della chiamata alla conversione una “buona notizia”: credete alla buona novella?
Eccola, la rapidità! Ecco il “subito”!
Se la notizia è buona – e sappiamo che lo è dalla nostra personale esperienza – certamente è indispensabile “far presto”, “essere rapidi”, perché Dio irrompe nel nostro tempo con tutta la sollecitudine e premura amorosa del suo potere trasformante!
“Troppo bello e sicuramente utopico” qualcuno mi dirà.
È proprio qui, rispondo, che siamo chiamati; è proprio questo e non un altro il tempo nel quale siamo invitati a dare la nostra fiducia al messaggio di un Dio diverso da tutti quelli che potremmo o vorremmo immaginare.
Non occorre chiamarlo Caso, o accusarlo di essere un organizzatore che si è ritirato dall’universo, o considerarlo un padre da persuadere o da combattere a seconda delle proprie personali tendenze all’ubbidienza o alla contestazione, oppure considerarlo un’entità infida, che viene a rivoluzionare le nostre vite in peggio per invitarci a sopportarle in attesa di futuri e nebulosi tempi migliori.
Il Dio in cui credo si rivela nella vicinanza, nella sollecitudine, nella parola e nei gesti trasformatori di una persona che ha vissuto come noi su questa terra: Gesù di Nazaret.
Demoni
31 gennaio 2021
In questo brano Marco presenta l’autorità di Gesù su un uomo posseduto da uno spirito “immondo”, cioè da una volontà estranea e malevola.
È interessante notare che non solo Gesù conosce i demoni, come è ovvio che sia, ma anche i demoni conoscono Gesù. E quando gridano più forte? Quando il Maestro insegna nella sinagoga; gridano per coprire la voce del Nazareno.
Questo gridare per coprire la voce di un altro lo incontriamo tutti i giorni, dal litigio domestico fino al dibattito pubblico: per esempio, immagino che molti, se non tutti, siano in grado di osservare e riconoscere quelle persone che vogliono avere ragione per forza nei talkshow – soprattutto quando hanno torto – che fomentano la rabbia dei più deboli, si fanno alimento artificiale di fake news, e alla fine producono danni, lesivi della libertà di tutti.
Su questa tipologia di grido la Parola del Cristo esercita un’autorità assoluta, liberando la persona posseduta.
A questo punto mi pongo una domanda: come esattamente avviene questa liberazione?
Gesù smaschera la voce urlante dello spirito immondo, la mette a tacere e la caccia; ecco perché chi grida, grida spesso in crescendo: perché non venga ascoltata la voce di chi sta smascherando la sua malevolenza: gridare di più è la reazione allo smascheramento, mentre l’ultimo atto dello spirito immondo è lo stritolamento della persona posseduta.
Il racconto di Marco è una illuminante lezione di vita per tutti noi. C’è un’enorme differenza tra grido e grido, tra le urla dello spirito immondo e quelle della vittima stritolata. Nessun luogo è esente o immune dal virus demoniaco, parla perfino dentro la sinagoga.
Questo brano sollecita e interroga a più livelli. Cominciamo da quello individuale: devo vedere che anch’io ho i miei “demoni”. Che provengano da atavismi o dalla mia storia personale, poco importa: il risultato è sempre lo stesso, mi alienano da me stesso, mi sfrattano da casa mia e mi fanno stare malissimo; ho paure che mi paralizzano, ho le mie ossessioni, le mie rabbie, i miei risentimenti, le mie attitudini paranoiche, la mia pigrizia intellettuale, i miei periodici rifiuti a rendermi trasparente, le mie introversioni di desideri autentici, le mie fissazioni, le mie fughe dalla realtà, e così via. E Dio sa che la lotta è dura.
Quindi mi interessa molto cosa ha capito Marco e quello che sta cercando di dire.
Andando un poco oltre, l’evangelista dice che l’insegnamento di Gesù non è come quello degli specialisti della legge: costoro dicono ciò che è “corretto” o “non corretto” in base alle norme, ma non possono cambiare nulla nel modo di essere degli umani.
Il Nazareno invece insegna e mostra la sua vita: come è nato, come ha vissuto e come è morto in questo mondo. Dopo insegnerà anche la Sua resurrezione, che appartiene ad un’altra dimensione, che forse solo come Tommaso si può toccare.
Dunque vivere alla maniera del Nazareno potrebbe essere il modo della liberazione. E per me lo è.
C’è un dato non secondario in tutto questo, che dottrinalmente è espresso più o meno così: “accettare la croce”, “prendere sulle spalle la propria croce”: ovvero, ci piace come Gesù è nato, ci piace come Gesù ha vissuto, ci piace molto meno come Gesù è morto, il fatto che sia risorto rimane spesso … leggenda.
Sono disposto ad essere crocifisso, se per caso riuscissi ad imitarlo così bene?
È questo che mi turba? È questo che consente agli spiriti immondi di sfrattarmi dalla mia casa e di stritolarmi?
Ma se vivo stritolato da tutto ciò cui io stesso accordo il potere di fare male a me e agli altri – gli spiriti immondi detengono il “primato del peggio” in termini di sofferenza da infliggere – non sarà per caso veramente liberatorio imitare il Cristo?
Bene. Un cristiano può farlo solo per fede nella Sua e nella nostra resurrezione.
Ho spesso notato che le persone genuine e trasparenti a volte creano disagio negli altri, come se i “veri esseri” smascherassero attraverso la propria condotta gli ipocriti, le persone superficiali, i bugiardi, perché è vero che … il fuoco e l’acqua sono incompatibili.
Nella nostra storia Gesù non ha nemmeno bisogno di uno scambio diretto con l’indemoniato: lo spirito immondo si smaschera da solo: “Cosa ci fai qui, Gesù di Nazaret? Sei venuto per farci scomparire? So chi sei: sei abitato da Dio.”
Qualcosa nell’insegnamento di Gesù in quel momento, dentro la sinagoga, deve aver messo il terrore nel demone. Sia ancora sottolineato di passaggio: il demone sa chi è il Nazareno e sa chi è Dio. E infatti la malevolenza combatte ogni essere autentico fino alla propria catastrofe finale, se non v’è liberazione.
La Parola ha sempre molteplici funzioni e smaschera l’ambiguità tra la verità e la menzogna.
È il caso sia del significato del “gridare”, sia dell’invito a tacere da parte di Gesù.
Il grido può provenire da coloro che, a ragione, soffrono – è il grido dei deboli, dei poveri, degli umiliati, degli offesi – ma anche dai “posseduti” – è il grido dei sopraffattori, degli sfruttatori, dei falsi testimoni, degli arroganti.
D’altro canto l’invito a tacere di Gesù, espresso con autorità, è un rimprovero per lo spirito immondo: “Taci! Esci da quell’uomo.”; vuol dire più o meno: smetti di urlare, lo sai la mia presenza dissolve la tua.
Molto diverso è, per esempio, l’invito a tacere sulla missione di Gesù, in qualche modo perché i tempi non sono maturi.
Certo, nel piano di Marco non è semplice comprendere il vero significato del Cristo in Gesù di Nazaret; almeno finché la croce non è nel nostro orizzonte di senso, e non lo è soprattutto la resurrezione.
La croce e la resurrezione vanno molto oltre la storia personale di Gesù di Nazaret: indicano un evento atteso, dentro il quale l’ordine del silenzio rifiuta ogni liberazione magica, facile o illusoria.
Li ho visti quelli raggiunti dal Messia; vivono come quella persona incontrata qualche tempo fa: diceva a se stessa di essersi “divertita” per diversi anni (così descriveva costumi sessuali e abusi che ora giudicava licenziosi), poi, dopo aver visto morire i suoi amici, e aver accompagnato la propria compagna nei suoi ultimi momenti, in seguito alle cure, sorpreso di trovarsi ancora vivo dopo dieci anni, oggi non esita mai, se chiamato, ad andare al capezzale di una persona malata o morente.
Ora questa persona sa chi è veramente. Ora può vivere, ora può anche parlare, per insegnare la sua vita agli altri; ora la sua autenticità può disturbare tutti coloro che si nascondono dietro le molteplici maschere della menzogna.
Per me questa storia di esorcismo rappresenta ogni volta un momento di verità; cerco di guardarmi, a volto scoperto, e di vedere i miei “demoni”, che gemono in me così tanto da non voler uscire.
Nell’attesa del Messia.
Andiamo altrove
7 febbraio 2021
Marco sembra qui descrivere una giornata “tipo” di Gesù di Nazaret, articolata in quattro episodi fondamentali, che hanno luogo subito dopo la guarigione dell’indemoniato all’interno della sinagoga: la liberazione della suocera di Simone dalla febbre; la liberazione di molti altri da malattie e demoni; il ritiro in preghiera; la decisione di andare a predicare altrove.
Ognuno di questi episodi è definito da una modalità precisa di realizzazione. Innanzitutto, si svolgono a Cafarnao e s’inseriscono tra l’uscita dalla sinagoga e la ripresa del cammino per le strade della Galilea, il tutto tra la tarda mattinata del sabato e il mattino del giorno successivo.
Come e perché Gesù guarisce la suocera di Simone?
Semplice: la guarisce perché altri glielo chiedono. Si era recato a casa di Simone con altri tre discepoli, presumibilmente per il pasto, ma la donna è malata; non si parla affatto di compassione da parte di Gesù o di un’intima connessione con lei; così la prende per mano e la solleva. Non sono parole che abbiano bisogno di interpretazioni speciali; se qualcuno non sta bene o è molto affaticato, tentiamo anche noi di “sollevarlo” dandogli una mano. Gli effetti non sono sempre gli stessi evidentemente, e forse neanche interveniamo sempre quando qualcuno ce lo chiede.
Invece, la suocera di Simone, guarita, poi può cominciare a “servire” Gesù e i discepoli.
La cosa oggi potrebbe far sorridere, o addirittura suscitare ondate … di sdegno femminista.
Non mi sembra il caso. Sappiamo fin dal secolo scorso, da alcuni scavi archeologici, che la prima chiesa di Cafarnao fu costruita sopra una casa privata con graffiti sulle mura della sala principale, che testimoniano di una comunità cristiana solita riunirsi lì per il culto fin dalle origini del cristianesimo. Probabilmente la prima comunità cristiana, di cui la suocera di Pietro era membro eminente, in quel sabato, all’uscita dalla sinagoga, s’incontra e si riunisce in casa di Simone per il pasto in comune. Si tratta della prima chiesa domestica.
Arriviamo così al secondo momento del brano di oggi: sopraggiunta la sera, davanti alla porta di quella stessa casa, si affollano – portati da altri – malati e indemoniati; hanno saputo della straordinaria potenza di Gesù e sanno che Gesù è in quella casa; non dimentichiamo che la guarigione dell’indemoniato in mattinata era avvenuta davanti agli occhi di tutti, quando lo spirito immondo aveva dato autonomamente in escandescenze, sentendosi in qualche modo chiamato in causa.
Gesù opera molte guarigioni, ma non permette ai demoni di parlare, perché non vuole che le persone sappiano chi è. La particolare atmosfera di segretezza, qui, ha un senso così rilevante, che forse dovremmo anche noi farci scrupolo a parlarne.
L’unico motivo per cui se ne parla è perché dopo la crocifissione, la resurrezione e la discesa dello Spirito, l’imperativo del Cristo ai suoi inviati è proprio parlarne. A tutti.
Nel parlarne non possiamo correre il rischio che la mente umana cristallizzi il Cristo in un’immagine fuorviante: anche se i termini usati sono nobili come quelli di “Figlio di Dio” o “Messia” non possiamo congelare Dio in concetti o rappresentazioni che immaginiamo noti.
Farlo significherebbe incorrere in forme di idolatria. Da queste prende le distanze il Cristo per primo, quando dice “Andiamocene altrove”.
Mi spiego meglio: non è forse vero che quando qualcuno accetta un ruolo che gli viene conferito, tutti credono di sapere quello che quella persona dovrà fare nel migliore dei modi?
Se non risponde alle nostre aspettative, meglio offrire il suo ruolo a qualcun altro che saprà farlo senz’altro meglio! Come i leader della politica…nessuno dei quali però, per nostra fortuna, è un dio. Ma gli umani sono abituati ai personalismi, si sa, che consentono sempre di abbattere idoli per issarne altri, ugualmente caduchi.
Il terzo momento fondamentale ci presenta Gesù che prega. Nel deserto. Come forse ho già detto … altrove … il deserto è il luogo del vuoto assoluto da ogni genere di distrazione, necessario per mettersi in attesa e in ascolto dello Spirito. Gesù prende le distanze da tutto ciò che ha costituito la sua giornata, per riconnettersi con la fonte della sua missione e della sua ispirazione: con il Padre.
Sappiamo da quel che segue che andrà con i suoi discepoli “altrove”, per le strade della Galilea, in mezzo agli uomini e alle donne di ogni tempo per portare la sua presenza di accompagnamento, guaritrice e salvifica.
Il Nazareno trasmette una forza trasformatrice, ma la sua azione non ha mai mirato alla propria promozione, ad alcuna ideologia o a qualsiasi altra visione preconcetta del mondo.
Se agisce, è perché è chiamato, perché gli viene chiesto di farlo; solo per amore; non è un attivista che ha bisogno di attivarsi per sentirsi significativo. Il Cristo è il significato in sé.
Agisce, perché le persone ripongono in Lui la loro speranza – e alcuni lo fanno pregando solo la preghiera che Lui ha insegnato – ma allo stesso tempo rifiuta che la Sua azione venga ostacolata dal piedistallo alla messianicità, costruito dagli uomini. Restando in preghiera lo stesso Gesù si mette all’ascolto di tutte quelle grida che possono essere udite solo nel silenzio del cuore.Per quanto paradossale possa sembrare, la guarigione deriva sempre dalla Sua preghiera, perché quando noi preghiamo, Lui prega con noi.
“Quando due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.
Questioni di igiene
14 febbraio 2021
“Non toccare, è sporco!”
Quante volte si dicono queste parole ai bambini, senza neanche avvedersene, nonostante tutti gli inviti degli psicologi a migliorare le nostre espressioni verbali, il fanciullo dovrà pure imparare un riflesso all’igiene di base!
Allo stesso modo, mi viene in mente anche un’altra raccomandazione:
“Non toccare, che lo sporchi!”
Quindi non sporcarsi o non sporcare è un’esigenza di pulizia che rientra nelle regole dell’igiene.
O ancora, nelle regole dell’estetica: sporco è brutto, pulito è bello, semplice.
In effetti ci laviamo e ci sistemiamo anche per il ragionevole gusto di essere presentabili, di relazionarci con gli altri senza disagio. Ciò che è sporco in genere è anche ripugnante, d’altra parte qualcuno/a è attraente di suo. Nasce pulito e lo resta sempre? Dubito… Attraente, perché sporco… rientra nel campo della psicopatologia…
Un altro aspetto non secondario della questione è che ciò che è sporco può risultare inquietante o francamente pericoloso; quindi, bisogna proteggersi!
Questo riflesso istintivo compare spesso in presenza di un malato, anche quando è pulito. E più che mai in questa lunga stagione di pandemia. Anche se si sa che non tutte le malattie sono contagiose, non hai mai avuto una vaga paura in presenza di un malato? Io si.
Ricordo le prime volte che andavo alla léproserie (lebbrosario), “La Dibamba” a Duala, in Camerun – prima di andarci tutte le settimane – e ricordo anche la paura provata qualche giorno fa nel toccare, per sollevarlo da terra e rimetterlo in piedi, un poveretto accasciato a terra sul marciapiede.
Cosa gli dico? Cosa faccio, fino a che punto lo devo aiutare?
I malati sono spesso come degli “estranei” per i “sani”. Questo sentimento, senza tante parole, rimanda a se stessi e rivela la propria fragilità.
Il lebbroso del Vangelo di oggi è il simbolo di tutto questo sporco inquietante, disgustoso, contagioso: un uomo da evitare.
Al tempo di Gesù, ogni idea di malattia era strettamente legata all’idea del peccato: se eri malato era perché avevi commesso peccati. Anche adesso siamo tentati di pensarlo.
Gli stessi discepoli, incontrando l’uomo nato cieco, chiedono a Gesù: “Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori?” (Gv 9,2). È un’abitudine mentale condivisa: il lebbroso non è solo un malato, ma è anche un impuro, la malattia della carne rivela la malattia del cuore. Nella Bibbia ci sono regole molto rigide imposte ai lebbrosi; il lebbroso è escluso dalla comunità, finché dura la sua malattia, e formalmente solo il sacerdote, figura religiosa, può re-integrarlo, attestata la guarigione.
La lebbra rappresenta tutto il male dell’uomo – fisico e morale – che lo isola e lo esclude dalla comunità dei suoi simili; il lebbroso è lontano da Dio e dagli uomini, vive una condizione di sporca e grigia solitudine.
Se abbiamo chiaro questo, possiamo leggere il racconto della guarigione del lebbroso come un compendio di tutta l’opera di salvezza compiuta in Cristo, d’altronde la parola latina salus per “salvezza”, prima di tutto significa salute.
Quindi, un lebbroso va a trovare Gesù: “venne a lui”, dice il Vangelo; per cominciare prende un’iniziativa contraria alla legge, quella legge che detta ai malati come lui di stare lontano dalla comunità dei “sani”, rispettando il suo status di agente contaminante.
È il meccanismo di ogni tipo di emarginazione.
Il lebbroso è audace, si muove e va da Gesù, ma se guardiamo bene, il suo movimento verso Gesù è preceduto da quell’ “Andiamocene altrove” del vangelo di domenica scorsa. A fare che? A guarire mali forse peggiori di quelli fin lì incontrati.
Siamo qui in presenza di un doppio movimento: quello del lebbroso che segue quello di Gesù.
Il movimento del lebbroso segna per quell’uomo il passaggio dalla Legge alla Fede: è in nome della sua nuovissima fede che disobbedisce alle prescrizioni del Levitico, che lo costringevano all’esclusione. Il movimento di Gesù è l’attraversamento del confine dei vecchi divieti per il passaggio all’ordine della misericordia.
Toccare un lebbroso, fino a correre il rischio di diventare impuro, è l’ingresso in un tempo nuovo dentro il piano della salvezza: Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!». Il lebbroso guarisce “subito”. Il “tocco” del Cristo evoca l’ingresso – mirabile – del Verbo nella condizione umana. Questo è il tempo – straordinario nell’ordinario – del congiungimento tra cielo e terra, tra creatore e creatura, tra giustizia e ingiustizia, tra vita e morte. Il tempo del tocco del Cristo, mosso a compassione. Il malato è risanato, mentre Gesù prende sopra le proprie spalle il peccato del mondo; può rischiare di contrarre la lebbra con un tocco, può trasgredire gli antichi divieti della legge mosaica, perché, come ben dirà Giovanni, “il Verbo si è fatto carne” e la carne contempla anche il peccato, l’impurità, l’errore. Paolo di Tarso dirà perfino che Cristo “si è fatto peccato” (2 Cor 5,21), si è fatto “maledizione” (Gal 3,13) per la nostra salvezza, per la nostra “salute”, per la nostra “benedizione”, perché fossimo salvati per mezzo della Fede e non per mezzo della Legge, che si addice alla morale ancora troppo bambina, di chi agisce per timore della punizione e non per amore del prossimo. Il punto di riferimento e il cardine di questa fede è altissimo: il Cristo Risorto.
Il libro di Isaia (53, 3), già annunciava l’arrivo di un servo, colui che sop-porta il male, descritto alla stregua di un lebbroso “annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli”.
Le ultime parole del vangelo di oggi sono illuminanti: “Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, se ne stava in luoghi deserti”. Questi sono, quasi parola per parola, i termini usati nella legge del Levitico riguardo agli obblighi dei lebbrosi: “Abiterà in disparte, la sua dimora sarà fuori dal campo” (cfr Lv 12-13). Gesù si isola, proprio come fino ad allora era stato costretto ad isolarsi il lebbroso. Ma tutti lo cercano. E ancora tutti lo cercheranno, e non solo per essere risanati, ma per giustiziarlo… Questo è solo l’inizio; pochi mesi dopo, il condannato Gesù sarà condotto “fuori dalla porta”, come dice la Lettera agli Ebrei, come se si volesse scacciare la giustizia e l’amore dalle comunità umane.
Ed è quello che succede ogni giorno, in tutto il mondo. Non c’è bisogno di fare un disegno – o una mappa mentale – per spiegare, o di soffermarsi su tutte le situazioni di esclusione subite da milioni, milioni di uomini e donne.
Cosa fare?
La Lettera agli Ebrei risponde, in modo radicale e brusco, alla nostra domanda:
“Usciamo dunque anche noi dall’accampamento e andiamo verso di lui, portando il suo obbrobrio” (13,13).
Allo stesso tempo, leggendo ancora le ultime parole del nostro brano: “Doveva evitare i luoghi abitati, ma la gente veniva da lui da ogni dove”, mi viene in mente anche un’altra Parola del Vangelo: “Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto” (Gv 19,37) e la parola di Gesù: “E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Innalzato, sollevato da terra, è allo stesso tempo la crocifissione e la risurrezione, l’esclusione del lebbroso e l’accesso dell’uomo alla vita.
Dobbiamo “uscire dal campo” della violenza, dell’odio e della guerra, uscire da ogni spirito di superiorità e dominio, portare con Gesù la sua esclusione. Per metterci con lui dalla parte degli esclusi. È venuto a prendere la nostra lebbra, ma è perché sia possibile testimoniare la purificazione, non straparlando ai quattro venti, ma nel segreto della Fede, della preghiera e del rito e insieme vivere il nostro status di cristiani come un atto di liberazione da quei codici e costumi, dalle leggi che rinchiudono il cuore e bloccano l’intelligenza, affinché la forza del lascito di cui siamo coeredi renda degna e unica la vita di ogni essere umano.
Dunque, quale igiene fisica, spirituale e mentale?
Certamente continueremo a richiamare i bambini a non toccare questo o quello, a disinfettarci le mani, a indossare la mascherina quando necessario, ma – adulti, educatori, genitori, pedagoghi, maestri, professori, preti, seminaristi – tutti noi, dico, saremo capaci di mettere le mani in pasta, di “sporcarci” le mani, facendoci toccare da questa concreta umanità che tutto è fuorché asettica e immunizzata?