Marzo Aprile 2018

Le tre riflessioni che seguono in questa pagina sono state pubblicate per la prima volta nel marzo 2018 sul sito del Centro Documentazione Saveriani Roma:
Dall’orto degli ulivi
Lo strano caso del giovane e del lenzuolo
Persona informata sui fatti

13 marzo 2018

Dall’orto degli ulivi

Nel periodo pasquale ricordiamo una sequenza di avvenimenti che ebbero luogo in Palestina circa venti secoli fa; li consideriamo molto più importanti e significativi per noi stessi e per tutta l’umanità di qualsiasi altro tratto di storia universale.
Ma che cosa successe veramente?

Gesù di Nazareth, per noi cristiani Figlio di Dio, predicò per tre anni tutto ciò che c’è da sapere sulla natura, sul senso e sullo scopo dell’essere venuti al mondo su questa terra.
Rileggiamo il vangelo di Marco dal capitolo 14 e immaginiamo insieme, ora, di essere lì, a Gerusalemme, venti secoli fa, a partire dal momento dell’arresto di Gesù.
Siamo lì, guardiamo agli eventi, ascoltando, partecipando col cuore, col “vantaggio” di aver letto tutti i vangeli e di sapere quindi, in parte, come evolverà la storia; cerchiamo con coraggio di ricostruirla molto sinteticamente, per averla tutta davanti agli occhi in poche righe, fino alla Pentecoste.

Gesù, il Figlio di Dio, sta pregando, angosciato, il Padre; tra poco sopraggiungerà la folla armata, verrà arrestato, sommariamente processato e giustiziato tramite crocifissione, modalità in uso a quell’epoca, in quei luoghi.
Dopo tre giorni risorgerà, sarà visibile ancora in Galilea ad alcuni per un breve periodo e poi entrerà in un’altra condizione, normalmente non accessibile agli uomini, che chiamiamo “Regno di Dio”.
Di lì a poco il Padre e il Figlio, dal Loro Regno, invieranno lo Spirito su questa terra, per infondere nei discepoli tutta l’intelligenza, l’amore e il coraggio necessari a raccontare questa storia quasi ineffabile a tutti coloro che non vivendo a quell’epoca e in quei luoghi non hanno avuto la possibilità di conoscere direttamente Gesù di Nazareth.
L’insegnamento principale del Maestro si riassume nel nuovo, realmente rivoluzionario comandamento: “Ama il prossimo tuo, come te stesso”.

Sono presenti in molti all’arresto di Gesù: c’è Giuda, “uno dei Dodici”.
È il traditore, quello che vende l’amico innocente, dietro compenso in denaro e con un bacio; lo vende alla violenza della “giustizia”, asservita all’oligarchia del potere politico e religioso; ignora forse le conseguenze ultime del suo gesto.

Ci sono Pietro, Giacomo e Giovanni, altri tre discepoli, mezzo addormentati: i fedelissimi di Gesù.
Sono i fratelli, gli amici, quelli, che hanno altro da fare quando l’amico è nei guai, non riescono a fare la cosa opportuna al momento giusto, neanche quando chi è gravemente in difficoltà è colui che riconoscono come Maestro; soprattutto non si accorgono che in giro c’è un traditore dei loro valori più importanti. Si riscatteranno ampiamente, ma ancora non lo sanno.

C’è la folla anonima armata di spade e bastoni.
Sono quelli che, a seconda di come vengono arringati e in base ai loro mezzi, sono un po’ di qua e un po’ di là; non si capisce mai bene da che parte stiano.
Possiamo immaginarne almeno tre gruppi: una parte è composta da coloro che partecipano attivamente all’arresto di Gesù, una parte da coloro che vi assistono per caso o per scelta, una parte – esigua – da coloro che sono lì a difenderlo.
Fra i primi qualcuno avrà obbedito ad ordini superiori senza discuterne minimamente il senso, senza fare e senza farsi domande, come il servo del sommo sacerdote, altri saranno forse ostili e/o animati da odio generico.
I secondi sono lì per curiosità, per vedere come finirà o per assistere allo “spettacolo”. 
Tra i pochi che sembrano essere dalla parte di Gesù, si nota uno che sguaina la spada e stacca l’orecchio al servo del sacerdote.
È quello sempre pronto ad usare d’istinto la violenza per difendere ciò che a lui sembra giusto: la sua vittima, comunque, non è il mandante, è l’esecutore schiavo e privo di un orecchio, mezzo sordo rispetto a se stesso, agli altri e a Dio.
C’è ancora un altro personaggio in mezzo alla folla: un “ragazzo”, “uno che seguiva Gesù”, un tipo strano, che si attarda e non scappa insieme agli apostoli, quello del “lenzuolo”. Non ha un ruolo preciso, sembra piuttosto un “figurante”, per usare il gergo del cinema; non è attore principale, né secondario; appare solo nel vangelo di Marco, non ha un nome.

Sappiamo che compie un passo in più degli altri: si attarda a seguire Gesù, a rimanere lì, e rischia di essere preso.
Lo afferrano, ma il ragazzo lasciando cadere il lenzuolo, riesce, nudo, a fuggire.
A questo punto attardiamoci anche noi sulla scena dell’arresto, facciamo un passo in più, noi spettatori che partecipano col cuore, e mettiamoci per un attimo nei panni del ragazzo, rimasto senza panni, perché è senz’altro vero, che, come in ogni storia, ciascun personaggio offre possibilità d’identificazione.

Mettiamoci nei panni del ragazzo e lasciamoci guidare, come al solito, da una domanda: ma noi, se ci fossimo trovati veramente lì, quale dei personaggi presenti sulla scena dell’arresto saremmo stati?
Lasciamoci “afferrare” da questa domanda…e per ogni personaggio chiediamoci, se, pur non essendo l’attore principale, ha un ruolo nella nostra personale umana esistenza di oggi.
Se siamo stati un po’ Giuda, dovremmo per esempio chiederci: a cosa siamo fedeli quando tradiamo la fiducia di qualcuno? Voglio dire: a quale storia, a quali parole, ma anche a quali fraintendimenti, a quali delusioni cediamo per tradire? O bloccati in quali rigidità impediamo a noi stessi di vedere le cose in modo diverso da come le immaginiamo?

Se siamo stati a volte troppo impulsivi o violenti, come quello che sguaina la spada, dovremmo forse chiederci cosa abbiamo rischiato veramente quando ci siamo adirati violentemente, pensando di difendere cause giuste? La vita, la faccia, oppure proprio nulla? Cosa togliamo agli altri quando li indottriniamo sulle nostre personali convinzioni, approfittando della loro casuale disponibilità? Ci sentiamo veramente liberi di amare, oppure preferiamo farne a meno? Forse pensiamo che nessuno ci ha amato mai? Che nessuno ci stima? Sul serio abbiamo fiducia in noi stessi?
Se talvolta rassomigliamo all’infelice servitore del sommo sacerdote, da chi siamo stati ammaestrati di volta in volta? Abbiamo ubbidito, rendendoci complici d’ingiustizia? Abbiamo mai detto la nostra a qualcuno? Sappiamo cosa vogliamo, comprendiamo le nostre paure, riusciamo a dire la nostra sofferenza? Sappiamo di essere talvolta strumenti di una cronica impossibilità dell’autorità, qui religiosa, ad ascoltare la verità su quanto sta accadendo?

E infine, se mai dovessimo riconoscere una parte di noi stessi in uno o più di questi personaggi, se non risultassero così alieni dall’interiorità di ciascuno di noi, tutti questi figuranti risulterebbero essere così radicalmente diversi tra loro e soprattutto da Giuda Iscariota? Da quello che appare sempre come il peggiore di tutti?
Può essere che dopo un simile esperimento immaginativo, ci sentiamo un po’ in imbarazzo, come fossimo nudi, senza vestiti, senza orpelli, senza maschere che coprano i nostri lati più fragili, che noi stessi giudichiamo essere i meno belli. Proprio come il ragazzo che si è lasciato scivolar via il lenzuolo…
Fin qui, mi pare di poterlo dire con sicurezza, niente di nuovo sotto il sole…ma il bello verrà dopo. Ve lo assicuro: una volta lasciato cadere il lenzuolo…
Lo vedremo presto…ve lo racconto la prossima volta…ora vado ai Vespri…

21 marzo 2018

Lo strano caso del giovane e del lenzuolo

Quelli che assistettero all’arresto di Gesù, come narrato nel Vangelo di Marco, risultano coinvolti nella vicenda.

Tutti, tranne uno, forse: il giovane che ha lasciato cadere il lenzuolo per sfuggire alla presa degli accusatori di Gesù.

Perché, mentre gli altri sono fuggiti, questo giovane è rimasto un po’ di più degli altri sul luogo dell’arresto di Gesù? Perché ha corso questo rischio?
Era passato inosservato? Era riuscito a non farsi notare, come noi ascoltatori di questa storia? Era, come noi, almeno inizialmente, un testimone discreto e distante del dramma che si stava svolgendo?
Non discepolo, non traditore, non soldato, non romano, non ebreo; “neutro” in un certo senso. Forse questo giovane è lì semplicemente per farsi un’opinione più precisa, per simpatia, per curiosità, un simpatizzante discreto e defilato.
Gli avvenimenti lo costringeranno a diventare – suo malgrado – molto più coinvolto di quanto avrebbe immaginato.
Quel semplice e anonimo spettatore pensava forse di poter conoscere un po’ più degli altri, rimanendo più a lungo?
Ora dovrà salvare la pelle, non il vestito…
Probabilmente all’inizio della suo “seguire” non immaginava il pericolo.
Per divincolarsi dalla morsa delle guardie dovrà rinunciare al lenzuolo rassicurante che lo protegge dal freddo e dagli occhi degli altri.
Dovrà abbandonare il lenzuolo che gli dà un aspetto, un’identità.
Deve lasciare il lenzuolo che lo copre per salvare la pelle.
“Chiunque vuole salvare la propria vita la perderà”, dice altrove il vangelo (Mc 8,35).
E se questa “vita”, che vogliamo salvare, fosse solo l’immagine che abbiamo di noi stessi e pretendiamo di offrire agli altri?
Allora, davanti all’arresto di Gesù si perderebbe la maschera, si rimarrebbe nudi, spogliati di ogni certezza su quello che crediamo di essere. Rimarremmo nella nuda verità del nostro essere al mondo.
Come il giovane nudo rimarremmo indifesi. È nella sua “nuda verità”.

Perché la situazione è tale? Perché “il caso” può condurre a questa situazione, che per qualcuno diventa limite estremo?
Forse questo giovane che, come me, ascoltava il Vangelo, la predicazione di Gesù, in origine era meno coinvolto degli attori principali. Ad un certo punto deve aver sentito il desiderio di andare fino in fondo, magari anche oltre i discepoli, di fare quel passo in più, che consiste nel rimanere a guardare e a seguire un po’ di più; i discepoli sono fuggiti prima che lui rimanesse nudo, si sono portati dietro i loro mantelli, le loro lenzuola, le loro certezze, le loro immagini, i loro alibi, pronti a sviluppare tutte le possibili consolazioni per riprendersi dal fallimento clamoroso: “È colpa di Giuda “; “Se tu avessi preso le armi con me”; “Se Gesù non fosse stato così remissivo”; “Se Gesù avesse ascoltato i nostri consigli”; “Se Gesù non fosse sceso a Gerusalemme per la festa della Pasqua”, se e se…
Il giovane invece compie un passo in più, più esattamente, qualcosa lo spinge a seguire un po’ di più, a cercare di andare più in fondo a questa storia “assurda”, a cercare di capire, e dunque rimanere più a lungo, correndo il rischio che altri mettano le mani anche su di lui.
Per sfuggire alla presa, alla cattura, deve abbandonare l’abito, la maschera, il segno pubblico della sua identità: il lenzuolo scivola e rimane lì, sul ciglio della strada.

Di questo panno, l’evangelista sembra non tenere traccia, però, nel Vangelo di Marco poco oltre ritorna un “lenzuolo”, esattamente in Marco 15, 42-46.
Il lenzuolo del giovane non è dunque perso?
In tutto il suo vangelo Marco parla di un lenzuolo solo due volte: una volta a proposito del giovane rimasto nudo, e un’altra volta a proposito di Giuseppe d’Arimatea, un tale che ne ha comprato uno, proprio per avvolgere il corpo di Gesù e per nascondere la nudità.
Gesù, del resto, fu crocifisso nudo, dopo che i suoi vestiti furono tirati a sorte (Mc 15,24); nudo, nella verità di ciò che era, senza maschere e senza trucco, nella sua autenticità di uomo crocifisso.
Con un lenzuolo Giuseppe di Arimatea si affretta, pudicamente e religiosamente, a coprire il corpo di Gesù: forse per dargli dignità, renderlo rispettabile, guardabile, accettabile, perfino venerabile…
Di questo lenzuolo, quello con cui Giuseppe di Arimatea avvolse il corpo di Gesù deposto dalla croce, alcuni affermano aver trovato traccia a Torino e ne hanno fatto una scienza.

Altri elementi per argomentare, spiegare, fornire prove forse?
Questo panno, la sindone, ha perfino dato il nome ad una disciplina apparentemente scientifica, la “sindonologia”, termine strano con cui si designa la “scienza” che si occupa di analizzare la sindone di Torino, allo scopo di discernere se si tratti del lenzuolo che ha avvolto il corpo di Gesù oppure no.

Il lenzuolo! A cosa serve?
Mi succede di pensare che Giuseppe d’Arimatea nel comprare il lenzuolo per coprire Gesù, potrebbe aver acquistato proprio quello lasciato cadere dal giovane. Mi succede di pensare che Giuseppe abbia pagato di tasca propria per acquistare le false certezze abbandonate di un altro e così abbia contribuito a perpetuare nella storia l’illusione che, davanti al Dio-Uomo crocifisso, si sia padroni di qualcosa, in particolare di ciò che serve a nascondere lo scandalo di un corpo divino tradito, venduto, condannato, umiliato, inchiodato, morto, chiuso dentro una tomba, ermeticamente sigillato da una roccia. Certo, pietoso è stato il gesto di Giuseppe, eppure conservando un corpo morto, da imbalsamare, si prosegue senza spogliare totalmente la fragilità umana, anzi la si ricopre di false certezze, talvolta acquistate a duro prezzo o anche per bisogno istintivo e si lascia la fragilità misteriosa del corpo bene avvolta nelle certezze delle visioni religiose, filosofiche, morali, agnostiche, scientifiche, legali… Certezze che permettono di dare un significato accettabile al corpo morto del Dio-Uomo, avvolto nel “Santo sudario”, nella “Sacra Sindone”. Corpo morto che rimane uno scandalo assoluto e destabilizzante. Non occorre neanche essere credenti e cristiani perché lo scandalo di milioni di uomini traditi, venduti, condannati, umiliati, inchiodati, morti, lasciati morire o direttamente uccisi, sia e rimanga uno scandalo assoluto.
Di volta in volta ciò che è da nascondere, da scoprire, da denunziare, da punire, da cercare di evitare, da curare, rimane collettivamente, mondialmente, praticamente ineliminabile.

E il giovane nudo rimasto senza lenzuolo?Che fine ha fatto? Che c’entra col corpo morto di Gesù avvolto in un lenzuolo simile, se non proprio lo stesso?
La narrazione continua…per ora, vado ancora alla preghiera comunitaria…

27 marzo 2018

Persona informata sui fatti

Il giovane sfuggito nudo alla cattura durante l’arresto del “Galileo” potrebbe essere lo stesso avvistato all’alba di domenica da alcune donne.
La pista di ricerca conduce a nuovi interrogativi.
Sarà forse l’unico autentico testimone dell’intera vicenda?.

Continuo con l’ipotesi di lettura che collega il giovane sfuggito alla cattura durante l’arresto di Gesù con quello che appare dentro il sepolcro ad annunciare alle donne la risurrezione.

Già…ecco dove potrebbe essere finito il giovane nudo, strano caso ormai senza lenzuolo, di cui parlavo la scorsa volta.
Lasciandomi condurre da questo pensiero, capisco dunque che non sarebbe scomparso.
Sarebbe semplicemente andato altrove: forse sceso dentro il sepolcro per vederlo più tardi spalancato dall’interno? Forse a vegliare dall’esterno, magari nascosto fra le piante, per non farsi scorgere dalle guardie? Avrà poi assistito da fuori all’umanamente incredibile evento della risurrezione del Cristo?
Ad ogni modo è veramente un giovane con una veste bianca che Marco ci presenta ai versetti 1-8 nel sedicesimo capitolo del suo vangelo.
È evidente che mi addentro in un campo che non ha a che fare né con la scienza, né con la teologia, né con la logica dualistica che suggerirebbe un uomo sia vivo o morto, sveglio o addormentato, giovane o vecchio, savio o stolto, anche se magari a diversi livelli. Si può essere infatti “mezzi morti”, oppure “mezzo addormentati” o di “mezza età”. In ogni caso si sente di rado dire che uno è “mezzo sveglio”.
Il giovane senz’altro doveva essere uno sveglio, anzi uno “tutto sveglio”.

Da qui nasce il nuovo interrogativo che… non mi fa dormire: solo perché cerco con insistenza di non dormire davanti al senso della Buona Novella.
Chi non dormiva, chi è stato testimone della preghiera di Gesù nel Getsemani?

Ho letto ripetutamente la storia della passione, più volte questa settimana e molte volte durante la mia esistenza, ma mai mi era occorso questo pensiero: che sia necessario resistere al sonno proprio quando le palpebre si fanno più pesanti, come successe ai tre apostoli poco prima dell’arresto mentre Gesù stava pregando. Loro non resistettero: si addormentarono. Per tre volte. Eppure qualcuno sveglio, nel Getsemani, mentre Gesù stava pregando, dov’esserci stato. Chi avrebbe potuto tramandare la profonda verità nascosta in queste parole: “Restate qui e vegliate […] lo spirito è pronto, ma la carne è debole […]”

Non è forse vero? Se ci allontaniamo per un solo momento dalla banale limitatezza che siamo soliti prosaicamente e sornionamente attribuire al senso della tentazione o della prova (come vi piace di più), non vedete come siamo più facilmente mezzo addormentati piuttosto che svegli e pronti a lasciar cadere il lenzuolo?
Ci addormentiamo facilmente e rimaniamo vittime di ciò che ci toglie la libertà: non è facile rimanere svegli, quando le palpebre diventano pesanti.

Mi piace immaginare che il sentiero di ricerca del giovane, presenza misteriosa nel vangelo di Marco, sia iniziato da quell’essere sveglio, anche se non visto da occhio umano e ignorato da tutti. La sua ricerca potrebbe essere iniziata lì nell’orto degli ulivi per approdare al festoso annuncio: Cristo è risorto e ci precede in Galileala Parola è viva nella nostra consueta quotidiana situazione.

Il giovane “tutto sveglio”, proprio perché non dorme, ascolta la preghiera di Gesù nel Getsemani, lo segue, sfugge alla cattura, si ritrova nudo, qualcosa vive che non sappiamo e alla fine, improvvisamente, con uno scarto inspiegabile e pauroso per chi lo vede senza conoscerlo, senza sapere la sua storia (proprio come le donne che si recano al sepolcro all’alba di domenica), si ritrova ad essere diversamente rivestito, seduto a destra di un posto vuoto occupato fino a poco prima dal corpo morto del Galileo, testimone di un evento a noi ignoto. Si ritrova soprattutto a dire alle prime persone che vengono a cercare il corpo di un morto: “Non abbiate paura […] non è qui […] dite ai suoi discepoli che li precede in Galilea […] là lo vedrete.”

In altri termini agisce in maniera non evidente, realizza una trasformazione inspiegabile, e alla fine parla per trasmettere un messaggio preciso.
Il giovane ha dovuto:
prima essere tutto sveglio al momento della preghiera nell’orto degli ulivi;
poi essere tutto sveglio per seguire un po’ di più il Galileo;
quindi tutto sveglio per lasciar cadere il lenzuolo;
in seguito tutto sveglio per essere  testimone del varco spalancato, libero dal macigno, nel momento della resurrezione;
Solo dopo, alla fine, comincerà a parlare, per testimoniare un evento e trasmettere un messaggio:

CRISTO È RISORTO E CI PRECEDE IN GALILEA.

Lo ascolto. Mi dico: e ora che faccio?
Ora sarà necessario partire, voglio dire, tornare alla mia attività quotidiana.
Ma come ci vado o come ci ritorno?

– Sopporterò la visione di un figlio dell’uomo nudo e crocifisso, dal quale sono state spazzate via tutte le illusioni che avevo su di lui?

– Ricomincerò ancora a tutto vestire e ricoprire con le mie certezze, le mie protezioni e proiezioni, le mie valutazioni?

– Chi sarò io il mattino di Pasqua? Il discepolo lontano dalla tomba, la donna in cerca del defunto o il giovane vestito di bianco?

– Quale Giuseppe d’Arimatea sarà pronto per comprarmi un altro lenzuolo e ricoprire per me lo scandalo del figlio dell’uomo crocifisso?

– Chi mi offrirà l’occasione di ritornare a chiudere il caso e metterci una pietra sopra?

Dovrò essere “tutto sveglio”,
aver perso il lenzuolo che mi proteggeva e imprigionava la mia esistenza,
essere stato testimone di qualcosa di molto particolare,
per essere pronto a recarmi in Galilea.

In caso contrario sarò ancora un discepolo fuggito, un Giuseppe che sta aspettando il Regno di Dio, uno pronto a chiudere una storia con lacrime ed aromi, un Giuda con il suo bacio, il proprietario della spada o la sua vittima: tutte figure frammentate della nostra umanità che dubita, si arrovella, geme, tradisce, ferisce, ammutolisce e si mette i tappi nelle orecchie pur di mettere a tacere l’ansia, le paure, la memoria dei fallimenti, i conflitti interiori.

E ora che faccio? Stasera che faccio?
Sto in casa o esco, comunque provo a stare sveglio.

31 marzo 2018

Galilea delle genti

Tre donne sono fuggite davanti al sepolcro spalancato, tremanti e stupefatte, e non hanno raccontato nulla dell’accaduto ad alcuno perché hanno avuto paura.

È strano questo racconto che narra la visita delle donne al sepolcro.
Marco offre di questo evento una versione alquanto particolare e diversa da quelle proposte negli altri vangeli, percepita molto presto come imbarazzante.
Nel secondo secolo della nostra era, ciò che costituiva nei manoscritti più antichi la fine del Vangelo di Marco (il versetto 8 del capitolo 16) è stato continuato (portato a termine? Compiuto? Finito?) con i versetti 9 – 20.
I versetti aggiunti armonizzano il testo di Marco con gli altri Vangeli e attenuano la natura brusca e perfino scioccante del racconto.
Gli otto versetti precedenti, come chiusura del secondo Vangelo nell’antica versione, offrivano una testimonianza per lo meno sorprendente: le donne che seguivano Gesù e che ora vanno al sepolcro per imbalsamare il corpo trovano la pietra rotolata; incontrano il giovane che le invita a dire ai discepoli di andare in Galilea dove Gesù li precede; reagiscono fuggendo tremanti e stupefatte; non dicono nulla ad alcuno per paura.

La storia del Vangelo finiva qui? Oppure la fine è andata perduta?
Domanda senza risposta che gli esegeti si pongono regolarmente.
E se la brusca fine del Vangelo di Marco coincidesse veramente con la chiusura del suo scritto?
A ben guardare, le donne hanno poi parlato, hanno divulgato la notizia, quindi non tutto è finito con il silenzio dovuto alla paura; la nostra presenza ne è la prova. La Buona Novella si è diffusa.

L’interruzione mi provoca però ad andare oltre per comprenderne il senso.
Potrebbe darsi che Marco abbia scelto volontariamente d’interrompere il suo scritto sulla paura e sul silenzio delle donne.
Cerco di seguire il senso dell’interruzione senza ricorrere automaticamente a Matteo, Luca o Giovanni.

Fra tutti quelli che hanno seguito Gesù mentre insegnava in Galilea, rimangono solo le donne. Sono lì, da sole, e guardano da lontano mentre il Maestro viene crocifisso.
Pur spaventate e silenziose sono le uniche testimoni continue, capaci di stabilire un legame tra il predicatore del Regno, il guaritore di folle, il morto miseramente crocifisso, il corpo collocato nella tomba e colui del quale si constata l’assenza nel sepolcro la mattina di Pasqua.
C’è un contrasto impressionante tra ciò che costituisce il cuore stesso della fede cristiana (l’annuncio pasquale del Cristo Risorto) e coloro che sono incaricate di testimoniarlo per prime: tre donne spaventate.
Com’è possibile che il giovane dalla veste bianca affidi il compito di trasmettere un messaggio così importante ad un gruppo così “poco affidabile”? Perché proprio a tre donne che si spaventeranno e rimarranno silenziose? All’epoca dei fatti, tra l’altro, la testimonianza delle donne era considerata nulla dal punto di vista della legge.
Ancora una volta la volontà di Dio appare paradossale: la verità del Vangelo, la sua forza, il suo cuore, la vittoria del Cristo sulla morte, è qui legata alla fragile possibilità di parlare di poche donne.
Donne che ad un certo punto si pongono anche una strana domanda: “Chi ci farà rotolare la pietra all’ingresso della tomba?”
A prima vista è una domanda stupida, il semplice formularla mentalmente avrebbe dovuto scoraggiarle, avrebbe dovuto essere sufficiente per farle desistere dal mettersi in cammino verso un progetto in pratica irrealizzabile, ma con tutta evidenza sostenuto da un qualche tipo di speranza.
Questo interrogativo trasmette anche l’idea precisa di ciò che le donne hanno in mente di fare: aprire la tomba non perché il defunto si risvegli ovviamente, ma perché il corpo sia unto con olii aromatici.
Con volontà decisa, senza evidente possibilità di riuscita, animate da una qualche vaga speranza, si accingono a preparare il corpo del defunto per l’ultimo grande viaggio.
Dentro l’interrogativo folle delle donne c’è forse anche un’altra speranza confusa, non detta, una speranza che i perduti discepoli non condividono neppure più: quella di vedere Gesù un’ultima volta. Dietro questa confusa speranza non c’è l’attesa della risurrezione, ma un’unica possibilità concreta: il commiato definitivo, suggellato dal pianto triste o disperato.
A questo punto si fanno strada una serie d’indizi illuminanti: l’osservazione di qualcosa che manca, il tentativo di trovare qualcosa che non c’è, un incontro inatteso, una voce che, con quel fatidico “Li precede in Galilea”, sembra voler dire: “Quello che cercate non è qui, è completamente diverso da come ve lo aspettate, lo troverete più tardi se ricominciate da dove vi eravate fermati.”

È qui che si chiarisce il senso dell’interruzione al versetto 8: la risurrezione del Cristo arriva come una rottura con un vecchio modo di pensare, cercare e sperare di trovare. Non si tratta di un’illusione collettiva, ma di un nuovo inizio che non è previsto ed è per questo che fa paura e talora si preferisce (inutilmente) il silenzio: perché non corrisponde a nulla di ciò a cui ci si è preparati.

Sappiamo solo dov’è questo inizio: in Galilea.
Non in cielo, non nel palazzo di Pilato, non nel Sinedrio.
Tutti s’ingannano nel tentativo di sopprimere questo inizio, che è appunto l’alfa e l’omega della vita.
È in Galilea. Ora.
Nei posti che conosciamo, dove siamo soliti vivere, sulla terra, dove colui che cercavamo o ciò che cercavamo quando ci eravamo fermati ci sta già aspettando sotto una veste inattesa per camminare ancora per strade e sentieri. Non sono le strade e i sentieri ad essere nuovi, siamo noi a non averne mai percorso alcuni o ad esserci lasciati sfuggire qualcosa in quelli che stiamo percorrendo, per aver dormito, o per esserci lasciati ingannare.
Ci troveremo ancora a discutere con gli scribi, con i sadducei e con i farisei, ad insegnare, a governare, ad aiutare qualcuno, a confrontarci con altri. Ma alla luce del sepolcro vuoto.

La Buona Novella non è un romanzo a lieto fine; quando l’ho ascoltata dall’inizio alla fine molti anni fa non ho potuto più ritornare nella mia Galilea come se fossi uscito da una sala di proiezione e andarmene indifferente davanti a ciò che era appena successo sotto i miei occhi.
Non è stata un’illuminazione soprannaturale, non si è trasformata in una contemplazione beata, ma in un percorso con altri, persona fra altre persone, persona con altre persone con pensieri, parole, convinzioni, dubbi, emozioni, timori, intuizioni.

Dire che il giovane con la veste è l’uomo nuovo significa assistere alla nascita di un nuovo modo di pensare, essere ed agire con gli altri per trovare l’inatteso a cui non abbiamo creduto quando ci siamo fermati.
Da questa prospettiva posso comprendere me stesso e vedere la nullità delle solitudini ostinatamente e orgogliosamente ricercate. O sono con gli altri e per gli altri o mi fermo. Sempre.

Se sono ostaggio delle mie aspettative, della paura e del silenzio non si colmerà mai – né per me, né per l’altro da me – il divario costante che si è scavato tra ciò che Gesù ha rivelato di sé e ciò che gli uomini hanno capito di lui: lo stavano aspettando come re e si è manifestato come servo, era atteso come vincitore e si è rivelato come uno che accetta di perdere la vita in modo tragico e disonorevole agli occhi dei più, lo stavano aspettando forte e si è mostrato volontariamente debole.
E quando alla fine donne e discepoli non si aspettano più nulla, si è rivelato vivo.

Oggi sappiamo che qualcuno continua a chiamarci, anche se siamo umanità spaventata, silenziosa, incredula. Il paradosso vero consiste non nella risurrezione, ma nella possibilità continuamente offerta di andare al di là delle nostre paure, quando sembra che non ci sia più nulla da fare e, per la grazia che il Cristo ci fa, esattamente dove ci precede e ci sta aspettando: sul sentiero delle nostre vite.
La paura non avrà l’ultima parola, non farà sempre tacere in noi ciò che vorrebbe parlare.

Quindi questo breve finale di Marco è veramente un incompiuto?
Sì, per me senza dubbio.
Incompiuto come incompiute sono tutte le nostre vite.
Le nostre vite sono rese possibili dalla loro attuale incompiutezza.
Se questo fosse il mistero della risurrezione di Cristo?
Se ci fosse ancora qualcosa nelle nostre vite che non è finito, che non è ancora stato scritto?
Per noi che vorremmo tutto contenere, tutto controllare?
Ecco: ora il Vangelo ci dice che la vita è possibile, che c’è ancora bisogno dell’incompleto, del non finito, dell’imprevisto.
Non è necessario che tutto sia scritto in anticipo.
Non-destino. Solo un-possibile.
Questa è risurrezione: possibilità offerta a tutti di entrare e passare attraverso questa breccia di vita per proclamare che il Risorto permette alle nostre vite di aprirsi all’inaspettato.

Torniamo quindi come in un cerchio chiuso su se stesso al giovane del lenzuolo.
Nelle scorse settimane ho proposto d’includere il percorso del giovane nudo come riferimento all’esperienza del battesimo nella Chiesa primitiva: durante la veglia pasquale i neo-battezzati si spogliavano dei loro vestiti per immergersi nudi nell’acqua, simbolo del passaggio dalla morte alla vita.
Quando uscivano dall’acqua indossavano vestiti nuovi, bianchi, in segno della loro partecipazione alla gloria del Risorto.
Non è quindi banale che il giovane nudo (Mc 14,51-52) venga ritrovato in Mc 16,5 all’interno del sepolcro, vestito di bianco nella mattina di Pasqua, pronto all’annuncio.
Forse Marco ci ha offerto qui la sua comprensione dell’esperienza di fede: è passando attraverso la prova di una particolare forma di fuga (Mc 14, 51-52), composta come azione dissolvente di una falsa immagine incatenata in uno schema fisso, che il giovane può diventare testimone della vita nuova, offerta dal Crocifisso vittorioso sulla morte.
La fede, si dice, – e questa è anche la mia fede – sta al cuore del dubbio e della ricerca ed è simile a quella del padre del bambino epilettico che grida “Credo, Signore, ma vieni in soccorso della mia incredulità.”(Mc 9, 24).

Buona Pasqua!


Riflessione per la IV Domenica di Pasqua, Anno B, 22 aprile 2018

In vista di Gerico

Il 22 aprile (IV domenica del Tempo di Pasqua) la Chiesa celebra la 55° Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.

Il mondo è pieno di cose buone, ma sono pochi quelli che le vedono.
L’umanità è circondata dalla luce, ma pochi aprono gli occhi.
La terra produce cibo per tutti, ma pochi riempiono granai e troppi hanno il frigorifero vuoto.
Sarebbe appunto un po’ come dire: “La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi.”

Troppo spesso interpretiamo questo passaggio come un invito a pregare per le “vocazioni sacerdotali e religiose”, quasi fosse un passaggio dedicato esclusivamente a chi considera un’opzione possibile prendere i voti, quindi un passaggio riservato a pochi.
È forse per questo che qualcuno lo percepisce come un tranello? Come qualcosa da cui allontanarsi, malgrado la presenza incontrovertibile di quell’opzione nel campo della coscienza?
Chi ha paura dell’eventuale tranello, nascosto dentro una spinta, anche confusa, a livello personale in una direzione precisa?
Evidentemente solo chi si sente in ogni caso chiamato in causa.
Cosa genera questa paura? La preoccupazione di rimanere intrappolati?
Eppure, lo dico, in tutta franchezza, la percezione del supposto tranello e la paura conseguente sono solo l’inizio di una bellissima sequenza di parole tutta da scoprire, proprio quelle: “La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi.”

Gesù affidava così la sua missione, chiedendo associati, partner, amici per un “mestiere operaio”. Per quanto si possa faticare a crederlo continua a farlo in mille modi, attraverso mille segnali e molte persone, perfino inconsapevoli di avere quel compito.
Cos’è poi questo “mestiere operaio”?
Gesù lo descrive ai suoi discepoli con sei tipi di azione: predicare, guarire, risuscitare, sanare, liberare, donare (cfr. Mt 10, 7-8).
Sul serio? Bene. Ancora più impossibile da credere! Predicare lo capisco, guarire pure, magari faccio anche il medico o l’infermiere o lo psicologo, ma via! Risuscitare? Sanare? Liberare dai demoni? Donare va già un po’ meglio, perlomeno l’eventuale ostacolo ha a che fare con qualcosa che ho l’impressione di poter gestire.

Il punto centrale della questione risiede nel fatto che si tratta di una parola rivolta a tutti, continuamente, non solo a pochi, non solo ai religiosi, ma a tutti.

C’è chi la sente, chi no, chi la considera un’allucinazione, chi le dà credito, chi la considera un ideale utopico… ma poi la realtà è tutta un’altra.
L’autentica misura di verità di questa sequenza di parole: “la messe è molta, ma gli operai sono pochi” è davanti agli occhi di tutti.
Non è sufficientemente chiaro che tutto il mondo ha bisogno di seminatori di pace, di compassione, di empatia, di pietà, di misericordia, di mani che sappiano accarezzare, sorreggere, sostenere, trasmettere forza, incoraggiare? Di occhi capaci di vedere, intravedere, immaginare, sperare? Di orecchie capaci di ascoltare, sentire, percepire? Di bocche che sappiano aprirsi, rinunciando all’ostilità, per illustrare ingiustizie, evitare danni al bene comune, sostenere i portatori di pace e di speranza? Di azioni, fin dove possibile concrete, di supporto alla vita in questo mondo?

La messe è abbondante è vero; l’invito è a prendersi cura della causa di Dio e anche della causa della casa dell’uomo. Entrare in una casa “degna” significa invocare la pace su di essa, facendosene portatori. Se questo comportamento non è gradito o accettato rimane solo da andarsene, scuotendo la polvere dai piedi, per non rendersi complici di tutto ciò che toglie la pace e rimanere invischiati nei tragici meccanismi della contrapposizione violenta e delle beghe per il dominio dell’uomo sull’uomo.
È vero che la messe è abbondante, ma solo uno sguardo positivo e appassionato è capace di vederlo e di dirlo.
Non è questione di pessimismo dire gli “operai sono pochi”.
Immaginate di poter cogliere con un solo sguardo un territorio immenso, popolato da tantissime persone, qual è il nostro mondo, e cercate di mettere a fuoco coloro che si occupano veramente della causa della casa dell’uomo, della causa di Dio, della causa della terra e del cielo; dire che “sono pochi” è dire che c’è spazio per tutti, che certo non ci si pesterà i piedi gli uni con gli altri nel campo del creato, cercando, tentando, provando a portare pace, a guarire ferite, a sanare lacerazioni, a liberare dalla paura, a donare ciò che si possiede perché ci è stato donato senza chiedere in cambio nulla; con ciò restituendo all’altro la possibilità di riprendersi la vita.

Forse dovremmo avere il coraggio di vedere e rimanere osservabili in tutta la confusione e l’assurdo, la vulnerabilità e i limiti delle nostre vite e delle nostre comunità disordinate, indefinite, inequivocabilmente uguali e confuse.
Come?
Riscoprendo una storia condivisa e comune. Parte del problema diventerebbe così parte della soluzione: peccatori e santi, dentro la casa dell’uomo, insieme, percependo la necessità di essere fedeli alla terra e al cielo.
Quella stessa fedeltà che Mosè ha colto mentre cantava le lodi al Signore: (cfr. Dt 32).
Guardiamo avanti, vedendo i contorni delle promesse di Dio diventare chiari e tangibili, e guardiamo indietro, comprendendo gli alti e bassi di un lungo viaggio non lineare, ma che in ogni caso ha portato un popolo a vivere le promesse di Dio e a ritrovarsi davanti alla terra promessa.

Oggi, ora, come sempre, è ovunque pieno di storia e di un futuro atteso: solo così possiamo comprendere da credenti ogni giorno la nostra vita di uomini.
Come Mosè guardando dal monte Nebo intravede i contorni di Gerico, così il credente che percepisce la propria vocazione scorge la fedeltà di Dio e inizia a intravere i contorni della terra promessa: questo filo rosso ha già portato la parola ovunque.
Dio è fedele, non per quello che noi siamo e per quello che noi facciamo, ma per quello che Dio è e per quello che Dio compie in noi.