29 novembre 2020, Prima Domenica di Avvento
Cristiani “come se”
È come uno che è partito per un viaggio.
Alcune volte si ha come l’impressione che Gesù dimentichi, da un momento all’altro, di essere il Cristo. Da lui a noi, le sue parole vengono come catturate dall’aria che circola, formattate secondo standard umani e ridotte ad un minimo comune denominatore.
Il padrone di casa è partito per un viaggio: quindi Gesù se ne è andato lontano da noi, lo troveremo nell’ora della nostra morte pronto a fare i conti. Questo sarebbe il minimo comune denominatore. Saremmo dunque soli sulla terra, forse ripresi da telecamere divine a infrarossi, e un certo disgraziato giorno del calendario – non sappiamo quale – dovremo rispondere al Cristo dei
nostri fatti e malefatte.
Non può essere.
Il Cristo che seguo o tento di seguire non è un idolo terribile, nascosto, subdolo, lontano, che spia le umane azioni per punirle furiosamente o premiarle prodigiosamente.
Il Cristo è partito per un viaggio.
Per dove?
All’inizio della sua missione dice ai discepoli “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!” (Mc 1,38).
Quindi è chiarito fin dall’inizio: Gesù si manifesta come un viaggiatore che si reca altrove rispetto al luogo dove tutti lo cercano: è un paradosso, se non lo fosse non sarebbe una parabola, ma una banalità. L’altrove segna un allontanamento, una distanza, caratterizzata dall’assenza di ciò che
cerco proprio nel modo in cui cerco. La distanza si sperimenta.
Il viaggio di Cristo è invece un avvicinamento continuo, un cercare ospitalità nel villaggio vicino; il padrone di casa predica nel villaggio vicino.
Ora ritengo sia esperienza comune sapere abbastanza bene come stanno i fatti nostri, a meno di serie malattie del corpo e/o della psiche. Come mai? Forse c’è un’istanza che “ce lo predica” continuamente e, se siamo svegli, anche riusciamo a capire meglio quel che ci capita.
Se la prima reazione a questa buona notizia è di spavento, ci possono essere, secondo me, solo due motivi: o siamo addormentati, o abbiamo effettivamente diverse malefatte nella nostra cronologia personale, a causa delle quali ci giudichiamo meritevoli di punizione. Questo sentirsi
meritevoli di punizione, anche fondato, è il minimo comune denominatore al quale gli umani di quasi tutte le dottrine religiose – i cattolici riescono meglio di tutti – con sfumature diverse, riducono l’istanza divina che ci abita.
Perfino nelle dottrine buddiste, prive del concetto di esistenza di un dio, ma caratterizzate dalla credenza nella reincarnazione, le rinascite possibili sono spiegate come conseguenza di azioni compiute durante la vita, sia buone che cattive, causa di ulteriori vite più o meno dolorose o gioiose, ma sempre conseguenti e coerenti con il tipo di azioni già compiute in precedenza.
Qui la vera liberazione consisterebbe nel non essere più vincolati al ciclo delle rinascite e accedere al nirvana, avendo estinto ogni desiderio di ottenere ciò che comunemente è valutato sia positivamente, che negativamente.
È un problema degli uomini, infatti, non di un dio.
Siamo così abituati ad avere un’idea di dio o una qualche ancor più misteriosa questione filosofica davanti, di fronte a noi, come un oggetto del paesaggio quotidiano, che ci si può addormentare in questa abitudine di pensiero. Così ci accomodiamo il senso della divinità o della spiritualità – tutti –
nel migliore dei modi secondo il nostro personale giudizio.
Così, nel nostro vangelo di questa domenica, Gesù è come partito per un viaggio. Scompare.
È scomparso? Se ne andato? Era un’illusione? È morto? Non esiste?
No: è altrove, ma vicino: questa è una buona notizia!
Parla, dice delle cose e non perché io sia matto e “senta voci”; Gesù sta “predicando” attraverso tutto e tutti, cercando sempre di farsi ascoltare.
Spesso ci chiediamo con quale autorità faccia tacere la tempesta, calmi il mare, risvegli i morti, dica le parole che dice.
Questo stesso termine “autorità” è ridotto in genere ad un minimo comune denominatore comprensibile al genere umano: è diventato sinonimo di “potere”, e al solo sentirlo pronunciare diventiamo intolleranti, se non francamente isterici.
Il Signore ha dato ai suoi servi proprio l’autorità di decidere su se stessi, di andare e venire, di camminare, di agire o non agire, di parlare, di rispondere, di tacere, di amare senza condizioni esenza intenzione di ricevere alcunché: autorità, non autarchia.
Il termine “autorità”, nel caso del Cristo, designa la perfetta libertà di coincidere con ciò che lo Spirito fa conoscere.
Gesù Cristo, il servitore fedele, dona a tutti coloro in cui è stabilito, di entrare in possesso della propria autorità di Figlio: fissa per ciascuno il “da compiersi”, la possibilità di operare come Lui stesso “opera sempre” (Giovanni 5,17).
È esattamente ciò che il Conforti intendeva dire con le parole: “Amatevi come fratelli, rispettatevi come principi”.
Gesù esce all’alba, come ricordavo in precedenza, durante uno dei primi giorni della sua missione, per andare nei villaggi, per predicare, per curare i malati, per combattere le menzogne, per aprire la porta a persone con le quali gli apostoli non avrebbero mai pensato di avere a che fare.
In breve, Gesù Cristo in questa parabola parla di se stesso: venuto a noi, ci conforma a sé. Servi o guardiani, noi siamo ciò che egli è, figli di Re, figli del Padre.
Ma allora cosa significa che il Maestro viene e non sappiamo quando aspettarlo?
Il testo dice esattamente: non sapete quando il padrone di casa viene: non c’è l’idea di un “ritorno” (come tradotto) e non c’è neppure l’idea di futuro (vista la traduzione).
Il Maestro arriva, viene. Sempre.
È un’immensa sorpresa, anche per quelli che si definiscono cristiani e che hanno esplicitamente accettato di seguire il Cristo: è un grande stupore rendersi conto che viene.
“Viene”: non come un essere esterno che alla fine ci avvicinerebbe dopo anni di assenza, ma come ospite interiore, con l’autorità di trasformare le nostre vite.
Giacobbe descrive la sorpresa quando dice: “Era lì e non lo sapevo.” (Genesi 28, 16-22).
A volte ho l’impressione che essere cristiani sia giocare a fingere come se Gesù non fosse mai lì e s’intenda aspettarlo come le mogli dei marinai aspettano al molo i loro mariti, eterni assenti, forse
un po’ traditori. Questo atteggiamento è simile alla blasfemia, perché il “vieni” che la Sposa dice allo Sposo alla fine dell’Apocalisse, non è la supplica di una Chiesa abbandonata dal suo Salvatore che gli chiede di dare segni di vita (Apocalisse 22, 17); è la certezza che il Vivente, presente nell’intimo, dal quale ci aspettiamo che sia “tutto in tutti”, appaia definitivamente in tutta ed ogni
carne in cui risiede. Anche nella più perfetta pietà, anche con le prove di un’appartenenza autentica alla Chiesa, molte persone non credono che Cristo sia lì, in loro, che veglia.
Vivono “come se” il Cristo fosse, e debba essere chiamato al modo di una divinità capricciosa.
Questo è proprio lo stato dell’essere addormentati, di una fede dormiente; forse il rischio più grande che corriamo, perché il Maestro potrebbe giungere e trovarci addormentati …
Il risveglio di cui parlano i Vangeli, la vigilanza, designa invece la disposizione di coloro che acconsentono ogni giorno a conformarsi al Cristo che ospitano in se stessi.
Uscire da uno stato di fede infantile, lanciarsi per pronunciare una parola di vita, resistere a una parola d’ordine vincolante: ecco, è lo stato di veglia durante il quale il servo fedele si conforma a colui che lo abita.
Quando ha luogo?
Ogni giorno, sempre: la sera, a mezzanotte, al canto del gallo o al mattino.
L’Avvento è un momento di gestazione: il Bambino non cresce altrove, ma in noi solo se siamo svegli.
6 dicembre 2020, Seconda Domenica di Avvento
Voce
Lo seguireste uno vestito di peli di cammello, che mangia locuste?
Non ne sono sicuro …
Tuttavia, è proprio con quest’uomo che inizia la buona novella tramandata da Marco.
Qui non c’è alcun angelo, alcuna mangiatoia, alcun pastore; niente magi, solo un uomo dall’apparenza selvatica che grida in mezzo al deserto.
Quest’uomo attira le folle: accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme; in tanti si lasciano convincere, fino a farsi battezzare in segno di radicale conversione pubblica. Sono persone che vogliono cambiare vita.
In effetti tutti abbiamo sete di cambiamento, tutti cerchiamo qualcosa o qualcuno che abbia un senso per noi, per la nostra vita. In questa accezione, pur assai riduttiva, tutti ancora aspettiamo il Messia, a meno di non averlo già incontrato …
Qualcuno potrebbe pensare che lo stesso Battista sia il Messia atteso: non è lui, è un altro che viene dopo di lui, uno “più forte”, a tal punto che anche chinarsi per sciogliere i lacci dei suoi calzari sarebbe un onore. Proprio così.
Sciogliere i lacci dei calzari è un atto di sottomissione e di cura al tempo stesso, quindi da servo fedele. Certamente colui che si lascia aiutare a togliere i calzari – le scarpe – può farlo alla maniera del padrone con lo schiavo nell’antichità, ma quand’è che noi camminiamo scalzi? In casa, o, nella Bibbia, quando qualcuno cammina sul suolo sacro, alla presenza di Dio, in segno di timoroso rispetto, ma anche di dignità e libertà personale.
Nella vita quotidiana camminiamo scalzi quando ci sentiamo “come a casa nostra”.
Forse è per questo che il Battista non si ritiene degno neanche di chinarsi a sciogliere quei lacci: percepisce quel gesto come un’onorificenza immeritata in confronto all’altezza e all’immensità dei sentieri che Gesù percorrerà.
Più tardi, nei vangeli, prima della passione, quando ai discepoli occorrerà un coraggio più grande di quello occorso al Battista per battezzare Gesù, il Cristo stesso sarà il primo “degno” – addirittura – di lavare i piedi ai suoi discepoli, per renderli capaci – e degni – di sostenere umilmente il prossimo nel percorrere le vie del Signore.
Ora, nel tempo indicato dal vangelo di questa domenica, anche il Maestro, come tutti gli altri, riceverà il battesimo dal Battista, su Gesù scenderà lo Spirito, e gli astanti potranno udire la voce di Dio dire: Tu sei il Figlio mio, l’Amato; in te ho posto il mio compiacimento.
Quanti saranno stati lì, per assistere al segno di elezione di Gesù? Moltissimi.
Ciononostante ancora troppi, pur avendo ascoltato l’annuncio dell’imminente venuta del Messia, pur avendo assistito alla conferma dell’annuncio, pur avendo visto la colomba e sentito la voce, hanno lasciato andare Gesù nel deserto.
Dopo i quaranta giorni nel deserto, nessuno riconoscerà più Gesù; Lui camminerà sulla riva del Mare di Galilea, ma nessuno gli presterà attenzione; dovrà prendere l’iniziativa, chiamare i primi discepoli, compiere il primo miracolo e solo dopo si inizierà a parlare di lui.
L’annuncio e il battesimo di Giovanni hanno lo scopo di preparare i cuori, cuori riluttanti, apparenze a parte.
È difficile convincere qualcuno di qualcosa, quando quel qualcuno ha deciso di non ascoltarti.
È come gridare nel deserto.
Non è sempre così?
A Natale annunciamo che Dio ha dato il suo unico figlio per amore del mondo e sta continuando la grande opera iniziata per noi con la creazione. Tutti ci credono? A chi importa veramente?
Se credo che siano in pochi ad essersi lasciati avvertire e ancora di meno i realmente convinti, abbandono la speranza?
So che Saulo di Tarso, contro ogni aspettativa, si è convinto e ha radicalmente cambiato la sua vita. Chi grida nel deserto sarà ascoltato.
È buio a Gerusalemme, quando Isaia parla; è buio anche circa 600 anni dopo, quando Marco scrive; anche oggi è buio a Gerusalemme, nella città santa, simbolo di tutte le genti.
Viviamo un periodo cupo: è buio nei cuori di milioni di uomini, donne e bambini ovunque. L’oscurità può sempre avvolgere la terra ed è già successo lungo tutto il corso della storia.
Proprio come lo scoraggiamento e la tristezza (e altre più gravi calamità) le tenebre non hanno età. Ma se qualcuno grida nelle tenebre, annunciando l’avvento del Cristo, l’oscurità si ritira. Ogni volta che una bocca si è aperta per dire “la vita vera è qui, in mezzo a noi, preparatevi”, le tenebre si dileguano, come in Isaia, prima del sorgere del sole, appaiono barlumi e bagliori. Sempre continua a realizzarsi per qualcuno la Parola che dice: quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto. (Sl 84,13).
Il Cristo è sempre in arrivo, anche se non per tutti nello stesso momento; questo celebriamo a Natale; il Bambino è eternamente nascituro per chi acconsenta ad accoglierlo e renderà bella la vita ovunque passerà, in forme del tutto inaspettate.
Preparate la strada, fate in modo che avanzi rapidamente, liberate le vie di accesso al borgo più remoto, al villaggio dimenticato da tutti, fino al fondo dell’edificio più insalubre.
Preparate la strada del Signore.“La sua salvezza è vicina a chi lo teme e la sua gloria abiterà la nostra terra.
Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno.
La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo.
Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto.
Davanti a lui camminerà la giustizia e sulla via dei suoi passi la salvezza.” (Sl 84,10-14).
13 dicembre 2020, Terza Domenica di Avvento
Il testimone
La vocazione del giudaismo è sempre stata quella di distruggere gli idoli per fare spazio al vero Dio ed è possibile che, volendo costruire del nuovo, si debba compiere un lavoro da iconoclasti.
Giovanni Battista è qui degno rappresentante del giudaismo: per presentarsi, per poter dire chi è, prima abbatte le aspettative fondate sulle credenze farisaiche, poi afferma la propria essenza religiosa con tutta l’energia dell’autentica novità radicata nella Parola: interrogato sulla propria identità, dirà prima chi non è con tre negazioni, e poi chi è con una sola, sorprendente affermazione.
Sembra dire:
“Voi pensate che io potrei essere il Cristo, quello che deve venire a salvare Israele? No, non lo sono.
Voi pensate che io potrei essere Elia, che deve tornare alla fine dei tempi? No, non lo sono.
Voi pensate che io potrei essere il profeta, successore di Mosè? No, non lo sono”.
Eppure Giovanni, asceta dalla morale irreprensibile e dalla fede incrollabile, possiede ogni virtù per essere considerato un eminente maestro, e, dunque le ipotesi dei farisei potrebbero essere fondate.
Le tre negazioni di Giovanni sembrano avere lo scopo preciso di ridimensionare la sua immagine di fronte ai discepoli; ne aveva molti, folle intere, anche in Asia Minore, tanto che i leader religiosi temevano la sua popolarità ed evitavano di criticarlo in pubblico. Giovanni invece, in pubblico, ridimensiona la propria persona rispetto a Colui che verrà dopo, allo scopo di non essere di ostacolo per alcuno; la sua immagine non deve frapporsi tra i discepoli e il Dio che verrà.
Il Battista si presenta come l’esatto contrario di un guru affabulatore: sa farsi da parte di fronte a chi è più grande di lui, lui non è la Luce, è un testimone della Luce. Il suo preciso compito, la sua ragione d’essere è rendere testimonianza alla Luce.
La questione della testimonianza ritorna spesso nel vangelo di Giovanni; nel contesto biblico i testimoni agiscono in tribunale, e uno dei Dieci Comandamenti proibisce proprio la falsa testimonianza, perché la testimonianza è un atto giuridico non fine a se stesso, ma un mezzo attraverso il quale si persegue l’obbiettivo di svelare la verità, di far convergere la luce sui fatti.
Il fatto qui è l’Avvento del Cristo, il fine della testimonianza del Battista è la fede oggettiva, basata sui fatti che egli conosce, non sulle chimere dell’immaginazione.
Leonardo da Vinci ha riflettuto molto sulla natura della luce – ha indagato dal punto di vista pittorico l’essenza della luce – e osservava che dalla prospettiva di un corpo luminoso non è possibile vedere le ombre dei corpi che da quella luce sono illuminati.
L’analogia può forse aiutare a comprendere perché all’Avvento del Cristo sia necessario un testimone come il Battista, affinché per ciascuno sia possibile accogliere il Messia.
La ragion d’essere del Battista, nonostante il suo ascetismo, la sua dottrina biblica, la sua moralità, la sua fedeltà, il suo valore umano intrinseco è solo quella: essere una voce che grida nel deserto l’Avvento della Luce e la necessità di spianare la strade perché possa illuminare tutto e tutti.
Lo stesso Battista col negare per tre volte ciò che altri potrebbero credere egli sia, abbattendo ogni falsa prospettiva, non fa altro che spianare la strada al riconoscimento della propria univoca, vera essenza, che è solo in funzione dell’annuncio del Cristo.
Giovanni non si presenta per nome, come comunemente si fa, si appella invece “voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore”, ricorrendo alle parole del profeta Isaia; la voce corre nell’aria, non si afferra, può solo essere ascoltata ed è la stessa voce che ogni ebreo chiede ogni giorno venga ascoltata: “Ascolta Israele…”.
Il Battista rende questo annuncio, se possibile, ancora più forte: non solo Il Signore è, ed è uno, ma è in arrivo, prepariamoci, non lasciamo che la voce si disperda nel deserto, facciamo in modo che risuoni in noi, affinché la Luce illumini le nostre chiese, le nostre case, le nostre persone, le nostre vite, e tutti e ciascuno siano resi abili ad accoglierLa nel Cristo che nasce.
20 dicembre 2020, Quarta Domenica di Avvento
Possibile?
Il dialogo tra l’angelo e Maria è certo sorprendente.
La giovane donna ascolta le parole dell’angelo, si limita a chiedere una delucidazione e poi prende atto della cosa con l’intelligenza del cuore di chi sa che non potrà essere altrimenti.
In nessun luogo è scritto, per esempio, che Maria abbia opposto qualche ragione o sia andata a consultare il padre, il promesso sposo o l’autorità religiosa del villaggio per sapere se accettare o no l’annuncio dell’angelo. Il vangelo dice solo che rimane turbata dall’apparizione e dal saluto dell’angelo.
La figura di Maria inaugura un percorso femminile nuovo nella tradizione religiosa, un percorso caratterizzato dall’adesione alla volontà del Signore che giunge inaspettata, trasformando la vita, e dalla percezione viva degli eventi nella loro totalità.
La scena dell’annunciazione, come molte scene bibliche, viene offerta per indicare un registro, una modalità d’essere, e d’essere nel mondo, che può appartenere ad ogni donna, nonostante sia chiaro che l’esempio non è quello di una donna comune, né di una maternità comune.
Dopo la visita dell’angelo, Maria partirà “in tutta fretta” e andrà da sua cugina Elisabetta; l’annuncio non è cosa da poco, occorre andare dall’altra donna, la parente ormai anziana, comunicare la novità, prendere atto che anche lì, presso l’altra donna, si sta verificando veramente l’altro evento annunciato.
In seguito Maria proseguirà la sua via, diventerà la moglie di Giuseppe in un modo che apparterrà solo a loro due e non sarà più lo stesso per nessun’altra coppia: come ogni legame di coppia, quello tra Maria e Giuseppe è unico.
Maria vivrà in un ambiente di donne, di amici, di incontri di ogni tipo, con persone che vorranno vedere il figlio e non sempre per fargli del bene.
L’agire della madre di Gesù non è formale, è sostanziale e dai vangeli sappiamo che esistono altre donne della tempra di Maria, che hanno vissuto una vita ben diversa dalla sua; tra queste c’è una prostituta del villaggio che deciderà di andare ad un pranzo da un uomo e massaggerà i piedi di Gesù con i propri capelli (Luca 7, 36-50), e c’è un’altra donna, totalmente estranea alla fede di Israele, che attraverserà senza preoccupazione tutti i blocchi per chiedere a Gesù la guarigione di sua figlia (Matteo 15, 21-28). A quest’ultima, tra l’altro, Gesù dirà: “Lascia che sia come desideri”, non “come vuoi”. Il desiderio viene esaudito, non la volontà, perché l’espressione “sia fatta la tua volontà” è riservata solo al Padre: “Padre, non come voglio, ma come vuoi” (Mt 26,39).
La parola evangelica insegna che quando una donna è abitata dallo Spirito, e non importa quanto di questo Spirito abbia consapevolezza, sa esattamente cosa fare: e se entra in dialogo con uomini, non è come una povera cosa alla quale i signori-papà debbano organizzare gli scenari da vivere, è sempre colei che “partorirà” secondo la volontà del Padre. Questa è la stupefacente eredità delle figlie di Dio.
E quando Gesù tiene un “corso” di preghiera ai suoi discepoli, non li rimanda ai grandi uomini dei quali l’Antico Testamento è pieno (Abramo, Mosè, Samuele …), ma dice loro di seguire una piccola donna del quartiere, una vedova che ogni giorno cerca giustizia presso un giudice ingiusto (Lc 18,1-8); pregare vuol dire agire come questa donna e gli insegnanti di preghiera della nostra tradizione cristiana sono quelli che, per volere di Gesù Cristo, sono andati alla scuola di questa vedova di un villaggio orientale.Non è dunque importante che una donna si riconosca in Maria, nella vedova del villaggio palestinese, nella prostituta del sobborgo di Gerusalemme o nell’atea senza alcuna formazione; rivolte ad ogni donna, risuonano sempre le stesse parole:
“Lo Spirito Santo viene su di te e il potere dell’Altissimo ti porta sotto la sua ombra “(Lc 1, 35).
Santa Famiglia
20 dicembre 2020
Famiglia e dintorni
Quando un gruppo si rifà a un testo di fondazione, il commento, o la traduzione risultante, tende ad acquisire forza propria e ad imporsi… a spese della parola originale. È quindi consigliabile tornare al “libro”. Il movimento è difficile, a volte pure doloroso.
Per le persone “alla ricerca” che scoprono la Bibbia, a volte è difficile stabilire un legame tra certe asserzioni cristiane e la materialità della Parola; può diventare un esercizio di presa di coscienza e anche di flessibilità, un proficuo sforzarsi per darsi e dare una ragione della speranza che è in noi, come chiede l’apostolo Pietro (1 Pietro 3, 15), il tutto senza dover fare ricorso a frasi prefabbricate.
Prendiamo ad esempio La Santa Famiglia.
Le preghiere per questa festa La offrono come esempio e invitano a praticare lo stesso modello di virtù. Come si può fare questo, prendendo in considerazione i testi evangelici?
Naturalmente conosciamo la sequenza degli eventi secondo cui Maria divenne la madre di Gesù, ma risulta complicato considerare questa famiglia un modello: la giovane donna è incinta prima del matrimonio, il fidanzato non è il padre del nascituro, la fertilità è ridotta al minimo: solo un figlio; la coppia non avrà altri figli, da allora vive in castità; sono cose che possono succedere anche oggi, ma che difficilmente considereremmo tutte tipicamente da imitare. Lo straordinario nei comportamenti della Sacra Famiglia è la capacità di assumersi la responsabilità con Dio di una situazione che la mette – apparentemente e addirittura – contro la Legge; Giuseppe, in un primo momento, ipotizza perfino di ripudiare Maria, come di norma un buon ebreo avrebbe dovuto fare se non si fosse lasciato interrogare da Dio.
I testi evangelici si pongono quindi agli antipodi di ogni “applicazione” pura e semplice di regole morali del tipo “bisogna vivere come la Sacra Famiglia”, “bisogna fare così e cosà”. Per la stessa ragione, impediscono anche qualsiasi discorso manipolatore: non si può esibire una famiglia atipica come archetipo familiare.
In cosa dunque sarebbero imitabili Maria e Giuseppe?
Io credo debbano essere imitati nella loro capacità d’intraprendere percorsi inaspettati, nella fiducia che quei percorsi appartengano solo a loro e a Dio; d’altronde una coppia che vivesse veramente secondo l’esempio della Sacra Famiglia non potrebbe essere “ottenuta” dall’attuazione di ricette comportamentali categorizzate ed illustrate dall’alto. Sarebbe piuttosto l’incontro senza precedenti di un uomo e di una donna, pronti ad assumere con Dio le situazioni che si presentano sul loro cammino, anche se appaiono diverse da ciò che s’immaginava essere la forma del bene.
Tanto per rimanere nelle storie coniugali, è difficile trovare esempi biblici di coppie, che possano essere additate come modelli da imitare; lasciando da parte in Genesi i bigami e i poligami tra i quali Abramo e Giacobbe sono gli esempi più noti, prendiamo invece in esame una coppia monogama: Isacco e Rebecca; la storia del loro incontro è magnifica e teologicamente ricca (Genesi 24). Detto questo, le domande sorgono subito: perché non si sono scelti, se davvero il matrimonio deve essere fatto “liberamente e senza costrizioni”? Perché Rebecca, anni dopo, consiglia a suo figlio Giacobbe d’ingannare il vecchio marito, ormai cieco?
Anche in questo caso, i testi ci obbligano a rimettere in questione nozioni troppo note e spesso troppo superficialmente ripetute, per essere adoperate in situazioni difficili. Non è possibile estrarre dai testi biblici un manuale della coppia ideale, come fosse una sorta di galateo universalmente condiviso.
Allo stesso modo tanti altri passaggi biblici non concordano con ciò che in certi casi si vorrebbe inculcare.
“Bisogna dialogare tra coniugi – si dice, come fosse ovvio – soprattutto nei tempi d’incertezza, perché le decisioni si devono prendere insieme.”
Perché allora Maria, dopo l’annuncio, va in tutta fretta da sua cugina Elisabetta (Lc 1,39), invece di recarsi subito dal promesso sposo? Perché il Vangelo non offre una scena in cui i due si consigliano insieme, praticando il dovere di discutere e di parlarsi? Andiamo avanti.
In quale modo Giuseppe e Maria educano Gesù? Sono certamente genitori affidabili; eppure è difficile spiegare alle giovani coppie che chiedono punti di riferimento per l’educazione dei loro figli, che il giovane Gesù – presumibilmente ben educato – si è reso irreperibile ai suoi genitori per tre giorni senza preavviso; a dodici anni, infatti, decide di rimanere a Gerusalemme dove è stato portato per le celebrazioni della Pasqua, e lascia Maria e Giuseppe nell’angoscia; tutto quello che dice quando lo trovano è: “Perché mi stavate cercando?” (Lc 2,49).
Forse il dialogo intergenerazionale non è stato praticato nella Sacra Famiglia? Andiamo avanti.
Si fa un gran parlare di com’è bello che i fratelli vivano insieme, sul dono e sulla bellezza della fraternità e della fratellanza. Potremmo passare in rassegna qualche esempio biblico: Caino e Abele, poi Ismaele e Isacco, Giacobbe ed Esaù, infine Giuseppe e i suoi fratelli.
È forse fuori discussione parlare di fraternità biblica prendendo esempio da fratelli biblici?
Sarà meglio un pio fervorino, pietoso e melenso, disconnesso dal testo biblico, per ritrovarci ad affermare che con un po’ di buona volontà e una spruzzata di Vangelo si può essere graziosamente fraterni?
Oggi si fa un uso massiccio di termini come “dialogo” e “condivisione”. Attraverso il dialogo, ci aspettiamo di risolvere molte cose, come fosse manna; voglio essere chiaro: non intendo in alcun modo rifiutare la parola scambiata, il reciproco chiarimento, chiederei solo (solo?) di mettere queste due nozioni in relazione con la Bibbia, con la Parola, nella quale diciamo di credere.
Alla fine di tanti discorsi ascoltati, che chiedono dialogo e ancora dialogo, vorrei chiedere a Gesù stesso se abbia mai mancato di capacità dialogiche; in effetti stiamo ancora tutti chiedendoci cosa abbia inteso veramente dire in ciascuna delle sue parabole. Lui, la Parola di Dio, ha forse così mal gestito il discorso da non riuscire a farsi capire? Si tratta per noi di fare meglio di Lui? Trovando forse finalmente gli argomenti giusti per evitare la croce? Chi non capisce e reagisce violentemente alle ragioni di cui siamo certi, di fatto, è sempre vittima di una nostra mancanza di dialogo? Il profeta Geremia, gettato nella fossa, avrebbe sbagliato a parlare? Troppo poco dialogico?
Infine, quando si tocca l’amore – uno dei nomi di Dio – certi propositi possono perfino diventare francamente insopportabili. Che tutti ci amassimo è quanto vorremmo, ma – aggiunge il Vangelo – “come Gesù ci ha amati”.
E come ci ha amato? Cerchiamo di leggere …
Gesù manifesta questo amore secondo una vasta gamma di atteggiamenti molto diversi: accoglie, guarisce, rialza gli esclusi in mille modi, ma altrettanto inveisce, si schiera, denuncia, dà a taluni del “sepolcro imbiancato”, paragona altri a maiali, cui non si devono gettare le perle del Regno, ed altri ancora a cani, ai quali non si devono dare neanche le briciole che cadono dalla tavola.
A volte appare provocatorio perfino con chi non gli ha rivolto neanche la parola.
Questi episodi contribuiscono a illustrare i suoi mille modi di comportarsi, che hanno una fondamentale caratteristica comune: Gesù non entra mai in quella forma di complicità umana che si spaccia per amore ed è solo ipocrisia; il Cristo non è mai complice di atteggiamenti di falsa amorevolezza. L’amore di cui parla il vangelo è troppo prezioso per accettare la contraffazione, e dunque a coloro che non ne sono ancora capaci, Gesù fa la carità di non giocare a questo brutto gioco.
Ci sono parole sull’amore, dette in nome del Vangelo, che non hanno niente a che fare con il Vangelo. Molto spesso, non si dice nulla al riguardo, come se la ripetizione del verbo amare fosse sufficiente a renderlo comprensibile a tutti. Al limite, si evoca l’idea che l’amore sia un modo di stare meglio con tutti, male con nessuno, ovvero il contrario di ciò che Gesù Cristo ha vissuto. Colui che ha amato i suoi fino alla fine, si è trovato in opposizione a molti, ripudiato, abbandonato, frainteso, torturato e ucciso.
Potremmo estendere indefinitamente l’elenco degli scontri tra la Parola biblica e le osservazioni cristiane quotidiane e probabilmente sto irritando qualcuno.
Si potrebbe avere l’impressione che stia giocando al massacro e che questo modo d’esprimermi potrebbe sembrare destabilizzante di spazi importanti come la famiglia, la cui situazione oggigiorno già non è brillante.
Mi sembra ci sia qui, invece, qualcosa d’importante per la fede: è vero che se leggo la Bibbia, svuotandomi di tutto ciò che credo di sapere già, inizierà un cataclisma per certezze ed istituzioni?
Non credo che la Parola di Dio possa far male, credo piuttosto che incessantemente sciolga le certezze congelatesi nel tempo fino a diventare pezzi di ghiaccio e dunque parli in maniera nuova di ciò che sembrava essere conosciuto; una cosa è essere sorpresi, meravigliarsi, trovare difficoltà ad avviare nuove comprensioni, un’altra è rabbrividire non appena le abitudini sono sfidate e con loro il sistema mondiale di cui siamo i cantori.
“Avete inteso ” tale e tale cosa, dice Gesù ai suoi, “bene io vi dico…” (Matteo 5, 21-48). Se Gesù mette in discussione quello che abbiamo sempre detto, non è una cattiva notizia, tantomeno un banale invito alla relativizzazione della morale, che rappresenterebbe solo una forma di ottusità; significa solo che tutto è continuamente in costruzione, finché non abbiamo fatto il passo di entrare nella parola di questo Altro che chiamiamo Dio per rimanere lì, esattamente come dice Gesù (Giovanni 8:31). Non parla per portarci via qualcosa che crediamo o abbiamo, ma per radicare la Sua Parola in noi. Non è lì per destabilizzarci continuamente e cinicamente, ma per impedire ai nostri pensieri di diventare sistemi che eliminino l’incontro quotidiano con lui e con gli altri. Piuttosto che parole stantie, offre ad ogni giorno una nuova parola.
Ci sono cristiani, anche bravi, che adducendo ragioni varie non si addentrano nella Parola, perché questo li preoccupa; forse hanno dubbi, alcune cose non risultano chiare, oppure, al contrario, hanno sentito ripetere per decenni sempre le stesse cose; altri ancora non vogliono essere disturbati da qualcosa che immaginano si trovi lì.
D’altra parte, per una persona che si scandalizzi nell’osservare – per esempio – che la fraternità è spesso un luogo di conflitto anche nella Bibbia – ce ne sono almeno altre due che provano sollievo: forse non è necessario aspettare a tutti i costi di avere buoni rapporti con i fratelli per avere un’esperienza di Dio!
Possiamo osare vivere con Dio anche se uno dei fratelli è di cattivo umore o se un altro ha delle crisi per ogni cosa!
La Parola parla di storie che sono nostre, e dice con chiarezza che proprio al centro di queste storie Dio si è fatto conoscere.
Mettere in contatto le parole che si dicono o si ascoltano e la Parola biblica diventa un esercizio continuo, un esercizio spirituale (che si può fare anche stando a casa, non occorre per forza pagare un corso). I missionari, i preti e le suore hanno l’opportunità più di ogni altro di potersi chiedere ogni giorno se ciò che dicono nel nome di Dio sia realmente radicato nella Bibbia.
Infine, cosa vogliamo intendere quando parliamo dell’opposizione tra “discorso” comune e “discorso biblico”? Secondo me solo che preferiamo ascoltare il brusio dei nostri convincimenti sulla Parola, piuttosto che frequentarla di più. Lasciamo Dio parlare? Oppure lo consideriamo come la lontana garanzia di un sistema intangibile di organizzazione del mondo dove abbiamo acquisito il nostro posto una volta per tutte? In altri termini: siamo nel registro dell’incontro o in quello della conoscenza del bene e del male a priori?
Il serpente in Genesi 3 offre i mezzi per distinguere il bene dal male senza dover incontrare Dio, senza consultare la sua Parola, senza lasciare che questa attraversi le apparenze; il serpente offre alle brave persone di sapere sempre cosa pensare e fare in tutte le circostanze, senza doversi preoccupare.
Ecco questa non è certamente la via del Cristo; la sequela talvolta incute timore perché porta su sentieri non pianificati in anticipo, e la vita acquista uno spessore altro, con tutto quello che esige di fiducia da trovare. La parola di Dio destabilizza, contraddice le nostre certezze? È quando ci viene questo dubbio che può iniziare il cammino con Dio e con gli altri: inaspettato, cercato, trovato oltre l’atteso.
Maria Maddalena, una settimana prima della passione, acquista un profumo estremamente costoso e unge i piedi di Gesù a Betania (Giovanni 12, 1-8). Naturalmente c’è qualcuno tra gli astanti che si scandalizza: avremmo potuto usare i tanti soldi spesi per alleviare i poveri! L’osservazione è corretta tuttavia chi la fa trascura un dettaglio: ha appena iniziato i suoi negoziati segreti per vendere l’amico Gesù.
Gesù interviene per magnificare il gesto di Maria e aggiunge qualcosa di molto diverso da quello che forse ci si aspetterebbe: “i Poveri, li avrete sempre con voi”.
Forse non dovremmo fare offerte alle suore di Madre Teresa di Calcutta, ma ancora e sempre alle grandi marche di profumo?
Immagina di essere testimone della scena di Betania: cosa ne dici?
Magari smetteremmo di preoccuparci e di interrogarci, discutendo circa il dono votivo di Giuseppe e Maria al tempio – “Erano tortore o piccioni?” – per fermarci finalmente sul Figlio.