Dalla verità

Cristo Re - Icona del Pantocratore Sinai

Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?

Cristo Re
Domenica, 21 novembre 2021
Gv 18,33-37

La festa di Cristo Re, a chiusura dell’anno liturgico, dirige facilmente l’immaginazione verso il momento del trionfo: il mondo cristianizzato – tutti in cerchio attorno al nostro re – tra canti gioiosi e acclamazioni. Ci si è dati un gran da fare per spiritualizzare questa festa, resta però il fatto che in ognuno di noi agisce una forza che vorrebbe comunque vedere prevalere il proprio mondo a scapito del regno di cui Gesù si dichiara re.
Qualche anno fa – oggi un pochino meno – si sentiva spesso parlare di una “ricristianizzazione” dell’Europa, di riscoperta delle radici cristiane dell’Europa, e per ragioni estremamente nobili, anche commoventi. 
Ho però la netta percezione che il vangelo di questa celebrazione, attraverso il dialogo di Gesù e Pilato, sia un invito a mettere a fuoco alcuni meccanismi che adoperiamo nella vita di tutti i giorni per disattendere queste nobili ragioni.

L’incontro tra i due pare decisamente essere un fallimento, a differenza, per esempio dell’incontro riuscito tra Gesù e la Samaritana; Gesù sembra non poter dare nulla a quest’uomo e, per il procuratore romano, Gesù sembra solo essere fonte d’imbarazzo.
Perché questa impressione?
Il primo motivo dev’essere la posizione di Pilato, che non prende minimamente in considerazione la questione dell’identità di Gesù. In effetti alla domanda “Dici questo da te stesso oppure altri te l’hanno detto?” risponde con falso candore retorico: “Sono forse Giudeo, io?”. Così reagendo, restringe il campo della sua azione all’indagine da procuratore – il suo compito mondano e ufficiale – ed esclude per principio un’assunzione di responsabilità personale in merito alla questione. La sua logica è basata sull’idea che l’intera faccenda non gli appartiene e non lo riguarda direttamente, si tratta solo di una bega da risolvere a vantaggio del governo di Roma, tenendo a bada i piccoli poteri locali che disquisiscono attorno a quisquilie etnico/popolari.
In ogni caso la posizione di Pilato, come tutte quelle riportate nel vangelo, rappresenta una tipologia, un aspetto del carattere o della condotta di ogni essere umano.

Possiamo intravedere anche un secondo motivo. Gesù dice che chiunque è dalla verità, ascolta la sua voce e che Lui è venuto per rendere testimonianza alla verità. Da qui dovremmo ricavare che Pilato non è “dalla verità”. 
“Dunque tu sei re?”, chiede il procuratore. Fa dell’ironia? Sta svalutando l’uomo che dice di essere il re dei Giudei per derubricare la cosa tra le seccature da affrontare? Lo sta facendo per sventolare l’enorme potere del governo di Roma davanti a quel “piccolo” uomo? O forse sta mostrando i muscoli ai Giudei e all’ultimo dei Giudei, il prigioniero fragile, ingenuo, probabilmente anche un po’ folle? Vuole forse dare un contentino ai piccoli poteri locali che debbono levarsi di torno un uomo scomodo? Oppure crede che si tratti solo di esoteriche fantasie orientali?
Ma forse dietro la domanda di Pilato c’è anche la curiosità umana di saperne di più su quella dichiarazione di regalità così strana.

“Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”, e Pilato in quel momento sta proprio ascoltando quella voce; poco più avanti fa anche una domanda insolita per quel contesto: “Che cosa è la verità?” Poi esce incontro ai Giudei e dà la “sua” verità, quella da procuratore romano: “Io non trovo in lui nessuna colpa”. E lo ripeterà tre volte (Gv 18,38; 19,4; 19,6).
La sua verità non riguarda il figlio dell’uomo, che è anche figlio di Dio, la verità per lui è questione ristretta e pratica: Gesù per lui è innocuo: non colpevole. Il che, tra l’altro, vista l’offerta di liberare il prigioniero, peggiora la responsabilità dei capi della popolazione locale che perseguiranno il loro obiettivo omicida con determinazione spaventosa. Perfino Pilato avrà paura (Gv 19,8) e, inquieto, comincerà a chiedere a Gesù da dove venga veramente!
Gesù l’ha detto, è il re di una dimensione di verità, testimone della verità, chiunque vede la verità in ogni situazione e la ascolta è “dalla verità”. Pilato è lì con il suo ruolo e il suo potere. Se è lì è perché quel ruolo qualcuno gliel’ha dato. Anche su questo bisognerebbe fare luce, troppo spesso si è sovrainterpretato che tutto viene da Dio. Certo! Ma il potere di procuratore a Pilato gliel’aveva dato Cesare, che era il re del mondo in quel momento storico.
«Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Gesù parla molto chiaro: la regalità (che non è di questo mondo) è legata alla verità.
Non riguarda la scienza e i fatti dimostrabili, non riguarda i giochi di potere, locali, sovranazionali o globali, non può essere imposta con la forza, non può essere difesa con le armi o con altro genere di violenza: “Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”.
Cosa sta dicendo il Cristo?
Noi sappiamo che Pilato delegherà la decisione al popolo, pur avendo tutto il potere mondano per decidere sulla vita o sulla morte dell’uomo Gesù. Ma la sua intenzione di liberarlo non basterà (19,12).
E Gesù?
Conosciamo la frase finale poco prima dell’epilogo della vicenda giudiziaria “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Probabilmente su questa domanda disperata inciampiamo tutti e… ci ritroviamo dalla parte di Pilato.
Possibile mai? Inaccettabile!
Eppure tutti siamo Pilato, l’uomo che abbandona il figlio dell’uomo alla deriva perché la verità gli è sfuggita.

La verità di cui parla Giovanni sfugge ad ogni tentativo di definizione teorica, è vero, perché la verità non è una teoria, è nell’uomo stesso e si tratta sempre di una parte dell’incarnazione di Dio.
Potremo, sì, stabilire delle parziali verità condivise, ma non è mai così evidente che nella nostra persona e nella persona di qualsiasi altro essere umano è presente colui che ha detto: “Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità”.
Io credo che la festa di Cristo Re sia rivolta a tutti i cercatori della verità, perché possano scoprire di essere “dalla verità”; non celebra il trionfo anticipato del cristianesimo, ma la fede che avanza misteriosa verso il Figlio dell’Uomo, il re venuto per rendere testimonianza alla verità.

NB: Per saperne di più sull’immagine di copertina clicca qui.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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