Stelle cadenti

Quando vedrete accadere queste cose,
sappiate che egli è vicino, alle porte

Marco 13,24-32 – Domenica, 14 novembre 2021
Trentatreesima Domenica del Tempo Ordinario

Tra gli anni Quaranta e Sessanta (del I sec. d.C.) sembra circolasse in ambiente giudaico-cristiano un volantino, che preannunciava un futuro prossimo, culminante nella venuta del Figlio dell’uomo. Questo foglietto nasceva in un contesto di profonda crisi ed esprimeva esplicitamente il tipo di eventi annunciati: guerre, carestie, terremoti, persecuzioni.
Fu solo dopo il 70 che l’aspettativa impaziente di alcuni cristiani crebbe a causa dell’opuscolo e dei drammatici eventi che si erano effettivamente appena verificati. La glossa esplicativa Mc 13,14 (“chi legge capisca”) sembra essere un’allusione alla distruzione di Gerusalemme e del tempio e intende significare che a quel punto tutto era stato detto sulla storia degli uomini: il Signore “ha scelto, ha accorciato questi giorni” (Mc 13,20).
Queste osservazioni portano a formulare l’ipotesi che Marco abbia scritto il suo vangelo subito dopo il 70 e che appartenesse ad un entusiasta movimento apocalittico, nato in seno alle comunità cristiane. Questo movimento aveva letto nella distruzione di Gerusalemme e del Tempio i segni del ritorno di Cristo. Marco incorpora nel suo racconto il “volantino apocalittico”.
Oggi, dopo l’olocausto, i genocidi “moderni”, quel che accade in Medio Oriente, il flusso di rifugiati, la carestia in Madagascar, la pandemia, potremmo ancora ragionare allo stesso modo: desolazione, devastazione, abominio!
Tuttavia, l’umano è venuto, è avvenuto, è ancora presente e tornerà, anche la “costituzione” dice: “La dignità umana è inalienabile”.
Al di là delle tragedie personali, ci sono le tragedie collettive: quel che resta è costituito di persone sopravvissute e della loro quota di disperazione.
Quando vogliamo guardare a questo passaggio del vangelo di Marco per avere un po’ di luce e speranza, possiamo essere davvero confusi dal linguaggio usato. Le stelle inizieranno a cadere dal cielo, il sole si oscurerà. Sappiamo però che le stelle non dovrebbero cadere (caso mai in base alla legge di gravità dovrebbe essere la piccola terra a cadere sulle stelle), che il sole sì, si spegnerà, ma quando avrà consumato tutto il suo idrogeno, vale a dire circa in 5 miliardi di anni.
La vigilia non è oggi e non sarà domani.
E quindi?
Quindi, è un linguaggio che dice per immagini, quel che già era stato annunciato nell’Antico Testamento da Isaia, che Marco ripete, e che noi oggi possiamo tranquillamente ripetere.

Non stiamo appunto cercando soluzioni anche oggi per evitare l’annunciata catastrofe climatica? Questo significa anche che siamo sempre in attesa di qualcosa di meglio, di infinitamente più luminoso del tempo attuale.
Chi annuncia distruzione, tra l’altro, normalmente, spera in qualche cosa di meglio: a partire dagli eventi con pochi attori fino a quelli che riguardano gruppi numerosi.
Perché una coppia si scinde, se non nella speranza che dopo sia meglio?
Perché i terroristi uccidono, se non in nome di qualche presunto principio che dovrebbe risolvere ogni problema? Possiamo dire che sono folli e criminali, sì, comunque il nazismo, o lo stalinismo, o le crociate, o la sharia, o le brigate rosse o i nuclei armati rivoluzionari rivendicano sempre una propria ragione migliore in assoluto.
Il passaggio di Marco fa parte di una corrente cosiddetta “apocalittica”, tipica di chi vive in prima persona e con orrore una situazione drammatica e allo stesso tempo sa che non potrà durare “tutto il tempo”; si accorge della folle distruttività che pervade il mondo, quando uomini e donne vedono il meglio nel peggio, il bene nel male, e quindi annuncia – a ragione – la scomparsa di quel mondo e l’apparizione di uno nuovo.
Qual è il mondo migliore che Marco annuncia?
“Allora vedremo il Figlio dell’uomo venire, circondato dalle nuvole, nella pienezza della potenza e nella gloria”. Immagini prese in prestito dall’Antico Testamento; si riferiscono a un popolo che si credeva vinto, e che con sorpresa di tutti finirà per essere il vero vincitore della storia; per noi – ora e da duemila anni – ha preso il volto di Gesù risorto, immagine dell’umanità guarita, del nuovo Adamo.
Preferisco tradurre questo testo di Marco come: “Vedremo allora il nuovo Adamo apparire nel cuore del mistero della vita con tutta la sua forza e la straordinaria qualità del suo essere”.
È la nostra fede fondamentale: nonostante tutti i nostri fallimenti, vicoli ciechi e drammi atroci l’epopea della storia umana riuscirà.
A volte è veramente difficile credere che certe situazioni inestricabili possano sbloccarsi, non si riesce proprio neanche a intravedere il “come” e il “quando”. Nessuna soluzione. Nessuna speranza di un futuro migliore, diverso dal presente. È vero: riguardo al giorno e all’ora, nessuno lo sa. Ma pur non conoscendo il “come” e il “quando”, nulla impedisce di credere che ciò possa accadere. Se veramente crediamo in Cristo risorto, allora tutto è possibile. Il lato malvagio di questo mondo non è permanente, e l’epopea umana avrà successo anche dove ogni speranza sembra persa. Vale la pena di lavorarci.

È davvero questa la nostra fede?
Il giudizio di Gesù sugli scribi, non illudiamoci, riguarda anche noi “pastori”. L’annuncio della rovina del tempio minaccia tutte le istituzioni, Chiesa compresa, se il denaro è la forma ultima e da mezzo, diventa fine. Tutto è stato detto, dimostrato, ma nessuno lo capisce, nemmeno i discepoli, tranne forse il cieco, Bartimeo che abbiamo ricordato qualche settimana fa. Non si tratta di una contraddizione quando il figlio di colui che è onorato e onorevole è escluso, perché Bartimeo è “in situazione di handicap”, come già l’altro, il “matto” (Mc 5,1-20).
Quindi la visione apocalittica annunciata è semplice conseguenza. Il Cristo stesso ne assume la responsabilità: prova, condanna, croce, resurrezione.
Avremmo potuto saperlo, potremmo averlo sempre saputo…“Maestro, guarda: ma che belle pietre, ma che grande costruzione!”… e Gesù disse: … non rimarrà pietra su pietra; tutto sarà distrutto” (Mc 13,1.2).
In sé, l’istituzione non ha senso. L’apocalisse, la “rivelazione”, sviluppa il “concetto” (Mc 13). La rivelazione è nascosta da e nel segreto messianico: il Messia ritorna, il Vangelo, o l’amore, è più forte di ciò che, di per sé, è solo mortale.
Futuro, passato o presente? “Dicci quando succederà e quale sarà il segno che tutto finirà” (Mc 13,4). Una domanda eterna, quella del senso della vita e delle istituzioni (che dovrebbero sostenere e promuovere la vita).
Il Natale è dietro di noi, e in mezzo a noi e davanti a noi; come la Pasqua. Quindi “vegliate” (Mc 13,33-37).
Da una parte il “fico appassito” (Mc 11,20-26), la croce e la morte, dall’altro il fico che “ricresce” e la risurrezione (Mc 13,26-32). È la condizione umana, inclusiva, dentro l’orizzonte della morte e della vita. E qual è la condizione cristiana nel suo specifico?
“Il Figlio dell’uomo è vicino, è alla tua porta” (Mc 13,29).

Il figlio dell’uomo?
Questa espressione semitica di solito denota un membro della razza umana e ha più o meno lo stesso significato della parola “uomini” usata da sola. Il titolo “figlio dell’uomo” quindi non significa altro che “uomo”, ma con una certa enfasi. Fu applicato a Ezechiele in modo singolare, e servì come designazione messianica ed escatologica in alcuni circoli del giudaismo, da cui Gesù lo prese. Non dice che l’umano in tutta la sua umanità nel senso più nobile del termine. E non è cosa da poco…
Il messia, colui che è annunciato, che nasce, che muore, che risorge e che ritorna, l’essere umano, veramente umano, l’uomo nuovo, è una promessa per tutti. Gesù, il Nazareno, il Figlio, la Sua prefigurazione, ultima e definitiva.
Noi siamo umani. Sottomessi alla croce, ma promessi alla risurrezione in comunione col Cristo.

E desolazione è la “disumanità”, “l’abominio della desolazione” (Mc 13,14), per coloro che non ascoltano, che non ricevono l’amore, si lasciano ingannare, non hanno da darne e gettano su altri desolazione e abominio. (A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha – cfr Mt 25,29).
Questa rivelazione è “apocalisse”; ed è evidenza nel capitolo 13 del Vangelo di Marco, illustrata nel pensiero e nelle immagini di quel tempo, il 70 d.C.
In questa logica, il nostro testo non è quindi una profezia, ma un’osservazione, una constatazione; parla di “fatti”: non aspettarti niente di nuovo. La novità è vecchia ed è già tra noi.
Stai aspettando segni? Non ce ne saranno più. Siamo “in quei giorni”, perché “questa generazione non passerà finché tutto questo non accadrà”; è ancora valido, e lo sarà per le altre generazioni a venire.
Cerchiamo dunque di essere umani, gli uni con gli altri, poiché questo Gesù di Nazareth era umano, in Lui riconosciamo il Figlio dell’uomo, che significa “essere umano”.

Non è la divinità di Dio che mi stupisce e mi meraviglia, ma la sua umanità; e capisco pure bene come alcuni vorrebbero relegare Dio in paradiso, per poter perseguire “tranquillamente” le loro “desolanti, deliranti, devastazioni e abomini” sulla terra.
La mia risposta? Quella dell’apocalisse, quella delle grandi, ultime parole della Bibbia:

“La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi!” (Ap 22,21).

NB: per saperne di più sull’immagine di copertina clicca qui.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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