Tutto quello che ho

Colui che viene a me non lo respingerò

Marco 12,38-44 – Domenica, 7 novembre 2021,
Trentaduesima Domenica del Tempo Ordinario

Il rapporto con il denaro appare in tutta la sua verità all’interno della cornice del luogo santo; le offerte sono benvenute, dall’antichità ai giorni nostri. Non c’è altro modo di gestire un santuario?
Ad ogni modo c’è dare e dare; seguiamo lo sguardo di Gesù.
Ancora una volta quello sguardo vede e svela ciò che passa inosservato: una donna povera, che non attrae l’attenzione di alcuno, viene a versare il suo obolo. Questa offerta può sembrare un po’ troppo poco, eppure Gesù sa che per quella donna si tratta di tutto quanto ha per vivere. L’espressione è molto forte. La parola greca adoperata, bios, designa vita e mezzi di sussistenza; le risorse della donna, in quel momento, si fondono con la sua sopravvivenza fisica: ha davvero dato tutto. Il suo stile non può quindi essere annoverato nel genere del fioretto: non si tratta in alcun modo di intenerirsi per il commovente obolo di una donna che sacrifica una parte di ciò che ha. Viene al tempio per offrire tutto: inosservata.
Questo è il modo di essere e di fare di Dio: dà la sua vita “per noi uomini e per la nostra salvezza”. Anche Lui – talvolta – passa inosservato.
Dio abita nel suo tempio ed è raggiunto da quelli che gli somigliano; non è solo, come alcuni dicono, una divinità nascosta di cui si potrebbe avere l’idea nel dispiegarsi grandioso di liturgie in suo onore. No: Dio è lì, in modo visibile e palpabile, nella persona che offre la sua immagine e la sua somiglianza a sguardi che possono vedere.
Secondo l’Antico Testamento, Dio proibisce di porre nel suo santuario qualsiasi rappresentazione: Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra.(Es 20, 4); c’è sempre la tentazione di cercare Dio nel luogo sbagliato, magari in una statua, piuttosto che nel volto del prossimo. Sembra dire: “Impara a riconoscere chi mi somiglia: passo davanti ai tuoi occhi e neanche mi vedi”.
Il Dio che dà “la sua vita tutta intera” possiamo contemplarlo in questa donna che entra nel santuario e dà tutto ciò che ha per vivere.
Equivalenza ardita e veloce? Ma è lo sguardo di Cristo che seguiamo.
Uno sguardo conforme a tutto ciò che assomiglia alla realtà divina, cui esso stesso appartiene.
Lo sguardo sulla vedova illumina retrospettivamente l’inizio del Vangelo; quando Gesù scende nel Giordano, chi vede la colomba? Chi sente la voce?
Sono segni, spiragli di luce che solo la fede può schiudere. Ma qui non siamo nella metafora, la vedova non è una rappresentazione simbolica, la metafora è abolita: il dare è gesto materiale, tangibile, che rimanda a colui con il quale siamo sempre in debito. Noi siamo in debito della vita e dell’ambiente che ci circonda, ma non lo vediamo, perché viviamo nell’illusione di avere realizzato “in proprio” tutto ciò che abbiamo.
Quando si raggiunge il registro del “dare”, le metafore vengono abolite. Il Padre ha dato tutto, la vedova ha dato tutto: questi due si corrispondono, parlano l’uno con e per l’altro. Perché avvenga è necessario accedere allo stesso regime l’uno nei confronti dell’altro. Non vi si accede da soli.
Gesù è nel tempio e lì indica ai suoi la donna che ha dato tutto, come Lui stesso dà tutto.
Il tempio è distrutto quando non si raggiunge il regime del dare; il tempio verrà ricostruito in spirito e verità. Infatti, subito dopo la vicenda della donna povera Gesù annuncia l’imminente rovina del tempio e di Gerusalemme, mostrando la realtà apocalittica del mondo (Marco 13).
Dopo, inizia la passione (Marco 14); ad inaugurarla sarà un’altra donna, anche questa poco visibile agli occhi del mondo, quella che va a spargere un profumo prezioso: il suo gesto rimarrà scarsamente percepito, eppure “ha fatto una buona opera” e “dovunque sarà proclamato il Vangelo, nel mondo intero, verrà raccontato anche quello che ha fatto, come un memoriale di lei”(Marco 14, 6 e 9).
È vero.

La storia di cui parla la Bibbia è spesso intessuta di persone che nessuna cronaca riterrebbe di dover conservare; persone che sanno di avere un conto in comune con il Signore: sono proprio i “piccoli”, la Sua parentela, i Suoi eredi: sanno ricevere e sanno dare, sono i fratelli e le sorelle in Cristo. Chi sono i miei fratelli? (Mc 3,33). Quelli cui sono in grado di dare tutto quello che ho.
Forse solo in questo modo possiamo porre fine alla nostra peculiare vedovanza, così come la vedova ha trovato colui che sta davanti a lei.

Leggo questo Vangelo mentre i “grandi” della terra (G 20) gettano nella vasca di Fontana di Trevi la monetina da un euro coniata per l’occasione, come buon auspicio e augurio di prosperità.
Quale auspicio? Quale prosperità? E per chi? Per quale parte del mondo globalizzato?
Gesti scaramantici, romanticamente teletrasmessi in mondovisione e diffusi sulla rete. Non sarebbe stato il caso, prima di andare a Glasgow per la COP 26, di fare uno scalo a Lourdes?

L’invito è a passare dal regime dello spettacolo al regime dell’essere.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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